• Articolo Vancouver, 27 maggio 2015
  • Greenpeace pubblica un rapporto che smaschera la CCS

    La truffa delle fossili si chiama cattura del carbonio

  • Costa di più rispetto alle rinnovabili, presenta rischi ambientali e per il clima. Ecco perché la cattura del carbonio serve solo all’industria

La truffa delle fossili si chiama cattura del carbonio 1(Rinnovabili.it) – La cattura del carbonio, detta anche tecnica CCS (Carbon Capture and Storage) è una falsa soluzione. Sono le conclusioni di un rapporto pubblicato da Greenpeace, che ha preso in esame costi e benefici di un approccio al riscaldamento globale che sempre più si sta tentando di inserire nella gamma di misure che i governi dovrebbero varare per dar seguito ai loro piani di taglio delle emissioni. Il report, intitolato “La truffa della cattura del carbonio: come una falsa soluzione climatica sostiene i colossi del petrolio”, mostra che la CCS, come tentativo di riduzione dell’inquinamento da CO2, è soluzione molto più costosa delle tecnologie di generazione energetica rinnovabili.

La cattura e sequestro del carbonio funziona imprigionando chimicamente l’anidride carbonica dai fumi delle centrali, dopodiché questa viene pompata in spazi sotterranei dove può essere stoccata. Troppo spesso, però, rileva Greenpeace, viene utilizzata dall’industria del petrolio come gas da iniettare ad alta pressione nei pozzi per facilitare il recupero di greggio difficilmente estraibile altrimenti.

 

Nessun guadagno dalla cattura del carbonio

La truffa delle fossili si chiama cattura del carbonio -Sembrano esclusi anche i benefici economici, se è vero che il Dipartimento dell’Energia statunitense (DOE), in uno studio del 2007, ha stimato in 1.319 dollari per kilowatt il costo di ammortamento della cattura post combustione, che fra l’altro provoca un 31% di perdite nella produzione energetica. Nel caso dell’utilizzo di tecnologie di ossicombustione (combustione in ossigeno), le cifre sono quasi le stesse secondo il MIT di Boston: sui 1.050 dollari per kilowatt, con un impatto del 33-36% sulla produzione. In un impianto che utilizza tecniche di CCS serve quindi un maggior apporto di carbone per produrre la stessa quantità di energia. Le emissioni evitate al camino, in sostanza, vengono bilanciate da quelle prodotte dalle miniere.

«La cattura del carbonio potrebbe aumentare, nel complesso, l’inquinamento del clima associato ai combustibili fossili – dichiara Greenpeace – attraverso la promozione di una maggiore estrazione, combustione ed emissioni».

 

La truffa delle fossili si chiama cattura del carbonio _

 

Anche sulla base delle ipotesi più ottimistiche sull’efficacia e i costi della CCS, il rapporto sostiene che ogni chilo di CO2 evitato costerebbe comunque quasi il 40% in più rispetto al fotovoltaico, il 125% in più rispetto all’eolico e il 260% in più rispetto alla geotermia.

Le stime dell’EIA citate da Greenpeace dicono che, nel 2019, per evitare l’emissione di un chilo di CO2 per unità di energia elettrica con la cattura e sequestro del carbonio, si spenderebbero 18 centesimi di dollaro. Con il solare fotovoltaico se ne spenderebbero 13, con il vento 8 e 5 con la geotermia. Inoltre dato che il costo delle energie rinnovabili continua a scendere, il vantaggio delle tecnologie low carbon continuerà a crescere.

 

«La verità è che la cattura e il sequestro del carbonio, non vale l’investimento – denuncia l’associazione ambientalista – il sequestro è un gioco d’azzardo, mentre la cattura del carbonio non fa altro che sostenere l’industria del petrolio».

Non si può tralasciare poi il rischio sismico dello stoccaggio del carbonio. I pozzi deputati a ospitare questa CO2 coincidono spesso con quelli utilizzati per il fracking. I terremoti, uniti alla spesso sommaria copertura di tali pozzi, aumentano esponenzialmente i rischi di fuoriuscita della CO2, come già avviene per il metano.

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