• Articolo Venezia, 30 ottobre 2012
  • Intervista a uno degli autori del rapporto di Legambiente, Mirko Laurenti

    Un’altra città è possibile?

  • Dai risultati del rapporto, emerge che la miopia di certe amministrazioni si è intrecciata agli effetti della crisi economica, in un mix che ha avuto inevitabili risvolti sociali

Inquinate, inefficienti, trafficate, malsane. La fotografia delle città italiane scattata dal rapporto di Legambiente “Ecosistema Urbano” è tutt’altro che incoraggiante e mette a fuoco tutta la complessità di un luogo che nel corso del tempo si è trasformato a tal punto da non essere più, oggi, il custode di quell’aria che un tempo si credeva rendesse liberi. Scelte non per essere le più sostenibili, ma quelle meno insostenibili tra tutte, le città che si sono aggiudicate i primi posti in classifica di sicuro non rappresentano il modello ideale al quale ispirarsi per un futuro migliore. Specchio di svariate e complesse metamorfosi, l’ecosistema urbano di oggi è, infatti, il riflesso di quanto è accaduto e accade a livello politico-amministrativo, economico e sociale. Se da una parte, amministrazioni poco lungimiranti e troppo superficiali nella gestione di certe problematiche innescano reazioni a catena difficili da controllare, dall’altra c’è il fattore “crisi economica” che in molti casi non è stato solamente un alibi a cui appellarsi. Il tutto ben amalgamato in un mix che inevitabilmente ha i suoi effetti anche sul tessuto sociale.
Come ci ha spiegato in un’intervista uno degli autori del rapporto, Mirko Laurenti, la battuta d’arresto che complessivamente hanno registrato i centri urbani italiani è, infatti, dovuta sia alla mancanza di coraggio e di programmazione da parte degli amministratori pubblici che alla mancanza di risorse contro cui devono combattere i Comuni, che hanno sempre più difficoltà ad investire. Una situazione che per Laurenti va assolutamente controvertita.

 

«A nostro avviso – ha commentato – è necessario e non più rinviabile da parte dei primi cittadini una presa di coscienza e un po’ più di coraggio sia nel programmare che nell’investire, così come i Comuni, dal canto loro, dovrebbero imboccare senza indugio la strada della condivisione verso una nuova fase della politica a livello amministrativo nei territori».

 

A ciò va ad aggiungersi il ruolo ambiguo che ha avuto la crisi economica che, da un lato ha portato a risultati positivi, come la flessione media pro-capite dei consumi elettrici e il calo della produzione totale dei rifiuti, da cui probabilmente è derivata anche la crescita della raccolta differenziata, dall’altro ha provocato una stasi generalizzata e abbattuto di fatto ogni tentativo di innovazione e implementazione.

 

«Nel caso del trasporto pubblico per esempio – ha spiegato Laurenti – i Comuni hanno sempre avuto poco coraggio nell’aumentare le linee togliendo territorio e suolo alle auto private; con la crisi non c’è stata ovviamente un’inversione di tendenza perché se al trasporto pubblico già prima della crisi veniva data una scarsa priorità, quando le risorse sono venute a diminuire, si è preferito investire su altro, senza dare al trasporto pubblico l’opportunità di crescere».

 

C’è poi un altro fattore che fa riflettere, ovvero la non risposta da parte di alcuni Comuni che hanno declinato l’invito di Legambiente a partecipare al questionario propedeutico al rapporto, sul quale chiediamo spiegazioni a Laurenti. «Bisognerebbe chiedere a loro!», ironizza, spiegandoci che si tratta di amministrazioni che sicuramente hanno ricevuto i questionari così come le successive sollecitazioni a rispondere da parte di Legambiente.

 

«Siamo certi che in alcuni casi ci sia una distrazione sistematica – ha detto – una volontà di non rispondere, una svogliatezza o una superficialità nell’affrontare la questione. Oltre al “dolo” da parte loro, va detto anche che stiamo parlando di amministrazioni che storicamente per quanto riguarda il nostro questionario hanno risposto sempre poco e in modo non completo, a causa probabilmente di una difficoltà oggettiva alla fonte che magari è dovuta alla mancanza di dipendenti, a una scarsa conoscenza del territorio oppure a una difficoltà nel mettere insieme i dati».

 

È chiaro che quelle di Laurenti sono solo ipotesi, ma il cerchio sembra quadrare e chiudersi sul punto di partenza: nonostante i buoni esempi non manchino, come Andria, che col porta a Porta in pochi mesi ha superato il 60% di raccolta differenziata partendo da percentuali vicine al 10%, Bergamo, che con la solarizzazione dei tetti delle scuole pubbliche ha superato i livelli di acquisizione e consumo dell’energia prodotta da rinnovabili, Milano, che con l’area C ha di fatto chiuso il centro storico all’ingresso indiscriminato dei veicoli, oppure Perugia, che ha pensato di riutilizzare l’olio esausto nelle automobili dell’amministrazione, sono troppe ancora le amministrazioni locali che funzionano male e sono troppo poco efficienti.

 

«Se a un soggetto titolato che rappresenta decine di migliaia di persone come Legambiente non si risponde – ha commentato Laurenti – immagino cosa possa succedere quando è il singolo cittadino a fare una domanda o una richiesta in merito a una specifica problematica. Le buone pratiche ci sono; basta essere coraggiosi nell’imboccarle e nel portarle avanti».

 

Ma insomma un’altra città è possibile?

 

Per il Presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, convinto che le città possano oggi essere “il fulcro di un rinnovamento radicale del Paese, perché insieme alla costruzione di un’economia a basse emissioni di CO2 (con conseguente e progressiva uscita dalle fonti fossili) e la messa in sicurezza dei territori e degli edifici (dal rischio sismico e idrogeologico) rappresentano la via maestra per uscire dalla crisi economica e dal declino”, sì.
Anche Laurenti è di quest’idea, certo che i cittadini siano fondamentali per vincere questa sfida e che debbano fare la loro parte in modo sempre più significativo.

 

«Un’altra città è possibile – ha concluso – ma dipende dai cittadini cioè da come loro saranno in grado di reagire, da una parte, alla mancanza di risposte significative da parte di coloro che amministrano le nostre città, dall’altra alle congiunturalità di ciò che viene dall’esterno, che oggi è la crisi economica e domani sarà qualche altra cosa. Questo è quello che dovremmo essere capaci di fare da cittadini».