• Articolo , 14 marzo 2012
  • Per individuare possibili dispersioni durante le operazioni di trivellazione

    Un bassotto a caccia di petrolio

  • Si chiamano Jippi, Blues e Tara e sono i tre segugi addestrati a rilevare le fuoriuscite di greggio in situazioni estreme come sono quelle che si trovano nel circolo polare artico

(Rinnovabili.it) Dopo essersi prestato alla caccia, al lavoro delle squadre anti-droga e del corpo di polizia, il celebre fiuto canino è stato messo alla prova in una sfida decisamente particolare. La Shell e altre compagnie petrolifere sono state coinvolte nello speciale traning di tre segugi, due border collie e un bassotto, all’interno di un progetto avviato dai ricercatori norvegesi della SINTEF.

La “carica dei tre” si è avventura nel 2009 – scienziati al guinzaglio – nelle terre artiche per imparare a fiutare la fuoriuscita senza controllo di petrolio nella profondità delle acque artiche durante le operazioni di trivellazione e pompaggio. I risultati dello studio hanno mostrato che i cani possono sentire l’odore del greggio fino ad un massimo di cinque chilometri di distanza, senza mostrare problemi né per il viaggio né per le temperature. L’opzione “canina” sembrerebbe dunque funzionare meglio di qualsiasi strumento elettronico, tecnologia peraltro ancora agli albori. E se da un lato la notizia ha rallegrato i colossi del petrolio, impegnati a trovare rimedi low-tech contro le eventuali perdite, i gruppi ambientalisti tra cui Greenpeace, continuano a protestare contro il progetto.

L’attivista dell’organizzazione, Ben Ayliffe, spiegato al The Guardian, “L’idea che cani di piccola taglia siano in grado di monitorare perdite di olio in profondità sotto la banchisa artica in pieno inverno è assurdo Il fatto che stiano spendendo dei soldi per sfruttare seriamente questa come opzione mostra stiano annaspando per trovare una soluzione”. “E’ imbarazzante che l’utilizzo di cani per fiutare l’olio sia la migliore tecnologia di cui disponiamo per rintracciare il greggio sotto il ghiaccio”, gli fa eco Marilyn Heiman, direttore del programma Usa regione artica per il Gruppo Ambiente Pew. “L’industria ha bisogno di investire nella ricerca per determinare in che modo si possano individuare le tracce di petrolio sotto il ghiaccio e studiare quali siano le contromisure più adeguate. E questo dovrebbero farlo prima di cominciare a scavare”.