• Articolo Roma, 14 maggio 2012
  • Un mare alieno: l’invasione silenziosa

  • L’Italia in prima linea per lo sviluppo di ecotecnologie in grado di contrastare l’invasione delle specie aliene che modificano la biodiversità del Mar Mediterraneo

L’ambiente naturale non contempla il concetto di vuoto e di staticità. Nella storia dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta si è assistito a continui avvicendamenti, non appena una specie animale o vegetale scompare in un determinato ecosistema, viene subito rimpiazzata da nuovi organismi che ne occupano il posto e il ruolo ecologico, spinti dall’irrefrenabile istinto naturale di dover conquistare lo spazio ed espandere sempre più la propria specie: diffondersi e colonizzare, questo è l’ordine impartito dal “dna” di tutti gli organismi, compreso l’uomo.

Gli organismi marini, anche se apparentemente liberi di muoversi a proprio piacimento nel mondo acquatico, si sono sempre trovati di fronte a limiti invalicabili costituiti da barriere naturali (geografiche, chimico-fisiche, biologiche) che hanno mantenuto separati gli ecosistemi marini e la maggior parte delle specie che li costituiscono.

Il processo di globalizzazione che caratterizza il nostro tempo, porta a cambiamenti inaspettati anche per gli altri abitanti del pianeta e oggi le barriere e i limiti stanno diventando sempre più valicabili e gli organismi ne stanno approfittando per mettere in atto una “invasione silenziosa” di nuovi territori provocando una frammentazione degli ambienti con effetti e conseguenze anche drammatiche nel breve periodo (tempo biologico) e assolutamente imprevedibili nel lungo (tempo geologico).

Il fenomeno consiste nel trasferimento di organismi, attraverso un’azione diretta (intenzionale o accidentale) dell’uomo, in località distanti migliaia di chilometri dal loro habitat naturale originario. Un organismo o una specie, quando vive nell’ambiente a lui consono e con il quale ha stabilito delle precise relazioni, viene definito autoctono; quando raggiunge un ambiente dove invece c’è già una popolazione residente con la quale si andrebbe a trovare in competizione viene definito alloctono o alieno. Il mondo ha iniziato da poco a capire il pericolo che deriva dalla diffusione incontrollata di specie aliene, un processo che viene spesso anche chiamato “bioinvasione”.

Il traffico marittimo internazionale, che rappresenta oltre il 90% del trasporto di tutti i beni che viaggiano tra un paese e l’altro, è considerato uno dei principali vettori di trasporto degli organismi bioinvasori. Le acque di zavorra delle navi che vengono stivate in speciali serbatoi, con la funzione di assicurare una costante stabilità della nave durante i diversi periodi di navigazione a differenti regimi di carico, vengono caricate dai mari di partenza e poi scaricate nei porti di arrivo. Enormi quantitativi di acqua e le diverse specie in essa contenute vengono così trasferiti in pochissimo tempo da una parte all’altra del pianeta. Si stima che l’acqua di zavorra trasportata annualmente su scala mondiale si aggiri sui 10 bilioni di tonnellate. Interi organismi, uova, batteri, virus, alghe, microalghe e plancton, come “piccoli clandestini”, vengono inconsapevolmente trasferiti da un ecosistema all’altro dando origine alla silenziosa invasione di specie marine aliene nei mari di tutto il mondo.

Molti studi hanno stimato che siano oltre 7000 le specie marine che ogni giorno attraversano gli oceani nascoste nelle acque di zavorra delle navi e il loro numero è aumentato soprattutto in questi ultimi decenni grazie al riscaldamento del pianeta che ha esteso le frontiere di tutti gli organismi che amano il calore: le specie aliene sono di certo in vantaggio in un mondo sempre più caldo.

Questa esplosione nel trasferimento di specie da un oceano all’altro costituisce un considerevole fattore di rischio per la diversità biologica del pianeta e per la salute e l’economia della nostra specie.

In molti casi le specie alloctone non riescono a conquistare il nuovo ambiente e si estinguono rapidamente, ma altre riescono a sopravvivere, riprodursi e insediarsi definitivamente. Spesso, una volta adattate al nuovo ambiente queste “specie migranti” si sviluppano in modo eccessivo, anche a causa della mancanza dei loro predatori diretti, rappresentando non solo una novità dal punto di vista biologico ma una vera e propria minaccia ambientale: possono causare gravi danni agli ecosistemi, turbandone gli equilibri, con effetti indiretti sulle attività antropiche e sulla salute umana in grado di generare una serie di conseguenze estremamente negative anche dal punto di vista economico. Le specie alloctone che hanno un tale impatto ambientale sono note come “specie aliene invasive”. Si stima che le perdite economiche globali attribuite alla diffusione di specie invasive possa superare in Europa diverse decine di miliardi di euro l’anno.

Recentemente il Gruppo Specie Alloctone (GSA) della Società Italiana di Biologia Marina (SIBM), al quale collaborano circa 100 ricercatori provenienti da vari Atenei e Centri di Ricerca italiani, ha curato l’aggiornamento della lista delle specie aliene dei mari italiani. Il numero totale degli “alieni” presenti attualmente nel nostro mare è relativamente alto, se si pensa che in media l’Italia presenta almeno due specie alloctone ogni 100 chilometri di costa (per un totale di 165 fino ad ora censite). Il dato è rappresentativo se si considera che in tutto il Mediterraneo sono state individuate circa 750 specie aliene.

Molteplici iniziative internazionali hanno promosso una regolamentazione per la gestione di questa forma di inquinamento biologico potenzialmente pericoloso. Recentemente l’IMO (InternationalMaritime Organization) ha emanato un regolamento, già adottato da oltre 40 paesi, che prevede un insieme di pratiche concordate e standard per rendere efficace il controllo delle acque di zavorra al livello internazionale (Ballast Water Management Convention) allo scopo di ridurre la diffusione di organismi marini invasivi obbligando gli armatori ad adeguarsi tecnologicamente e trattare con metodi fisici o chimici queste acque per renderle innocue prima dello scarico in mare.

Con decreto interministeriale di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, in data 16 giugno 2010 (S.O. n. 213 alla G. U. 8 settembre 2010 n. 210), sono state definite le procedure nazionali per il rilascio della certificazione per gli impianti di trattamento di acque di zavorra prodotti da aziende italiane, anche per consentire ad aziende nazionali di entrare nel mercato mondiale degli impianti di trattamento delle navi.

Una realtà ligure, l’Azienda Chimica Genovese (www.acgmarine.com), è una delle prime aziende ad aver iniziato, in collaborazione con l’Istituto di Scienze Marine del CNR (www.ismar.cnr.it), l’impegnativo percorso di certificazione internazionale di un innovativo impianto di trattamento delle acque di zavorra in grado di rispondere alle rigorose specifiche di efficacia ed ecocompatibilità imposte dall’IMO.

Un ottimo esempio di sinergia tra imprenditorialità e ricerca d’eccellenza nel settore delle ecotecnologie per preservare la biodiversità marina dalle alterazioni che lo stile di vita della nostra specie le impone.

 

di Marco Faimali – CNR-ISMAR