• Articolo Nairobi, 25 gennaio 2012
  • Dal “Green Economy in a Blue World”

    UNEP: mari più puliti attraverso un economia più verde

  • Il rapporto delle Nazioni Unite mette in evidenza che, per migliorare la salute degli ecosistemi marini e costieri, occorre investire maggiori risorse per la creazioni di un sistema economico più green

(Rinnovabili.it) – E’ stato pubblicato oggi il “Green Economy in a Blue World”, rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) sulla green economy applicata agli ecosistemi marini e costieri,  realizzato in collaborazione con il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), il Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN-DESA), l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) e il Centro WorldFish e GRID-Arendal. Secondo il documento la salute ecologica e la produttività economica degli ecosistemi marini e costieri può e deve esser sostenuta mediante un passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile, basato sulla produzione di energia rinnovabile, la promozione di un eco-turismo, e il sostegno di una pesca e un trasporto sostenibile.

L’UNEP mette in evidenza come tale ecosistema, in fase di declino a livello mondiale, possa trarre giovamento da una gestione sostenibile dei fertilizzanti; Azoto e altri nutrienti agricoli possiedono un peso non indifferente sull’inquinamento marino, determinando di conseguenza voci di costo aggiuntive nella lotta ambientale (100 miliardi di dollari l’anno solo in Europa). Il “Green Economy in a Blue World”  intende innanzitutto stimolare le nazioni a sbloccare il vasto potenziale dell’economia mariana verso un passaggio a strategie più green. Basti pensare che ben il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km dalla costa, traendo la loro maggiore fonte di sostentamento proprio dal mare.

Ma gli impatti umani gravano sempre più sulla salute degli oceani; ad oggi circa il 20% delle mangrovie sono state distrutte, e oltre il 60% delle barriere coralline tropicali sono poste ad un grave rischio ambientale. In tal senso la relazione esamina come anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS), delle regioni dell’Asia del Pacifico e dei Caraibi, possano ridurre la loro vulnerabilità ai cambiamenti climatici promuovendo la crescita sostenibile. Sei i settori economici su cui basare l’economia marina: Pesca ed acquacoltura, in cui applicare tecnologie verdi per ridurre l’uso dei combustibili fossili e le emissioni di CO2, migliorando la crescita economica, la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà; il Trasporto marittimo da rendere più green attraverso il passaggio a navi che utilizzano fonti di energia compatibili con l’ambiente; Investimenti nelle energie rinnovabili in mare (eolico e energy wave), settore con enormi potenzialità, ma che al 2008 rappresentava appena l’1% di tutta la produzione di energia da fonti rinnovabili; Riduzione dell’inquinamento degli oceani da nutrienti come azoto e fosforo, attraverso il recupero e il riciclo degli stessi, piani di gestione più rigorosi e sovvenzioni che favoriscano il riciclaggio dei nutrienti; Turismo costiero, corrispondente al 5% del PIL globale, da migliorare attraverso una gestione più ecologica, favorendo la salvaguardia della cultura e dei prodotti locali; Attività minerarie d’altura da interpretare secondo un contesto di uso sostenibile degli oceani, basato sulle migliori pratiche ambientali applicate.

“Gli oceani sono un pilastro fondamentale per lo sviluppo di molti paesi e la lotta per contrastare la povertà, ma la vasta gamma di servizi ecosistemici, compresa la sicurezza alimentare e la regolazione del clima, forniti da ambienti marini e costieri sono oggi sotto pressione”, ha dichiarato il Sotto-segretario Generale delle Nazioni Unite e Direttore Esecutivo dell’UNEP, Achim Steiner. “Intensificare gli investimenti verdi nelle risorse marine e costiere, migliorando la cooperazione internazionale nella gestione di questi ecosistemi transfrontaliero, è essenziale per una transizione verso la realizzazione di un’economia a basse emissioni di carbonio, e ad un uso più efficiente delle risorse”.