• Articolo Cincinnati, 8 gennaio 2020
  • Deforestazione: l’Università di Cincinnati scopre che è un processo incrementale

  • I geografi dell’Università di Cincinnati scoprono che i paesaggi naturali tendono verso l’omogeneità. Questo significa che, a prescindere dalla diretta azione dell’uomo e in aree di una certa dimensione, un paesaggio con poche foreste tenderà naturalmente a perdere l’area boschiva che possiede.

Deforestazione

Credits: Thomas B. da Pixabay

Uno studio scopre il “punto di non ritorno” della deforestazione, con importanti conseguenze per la gestione del paesaggio

 

(Rinnovabili.it) – I geografi dell’Università di Cincinnati hanno identificato un punto critico per la deforestazione che, se oltrepassato, porterebbe ad un’accelerazione nel processo di perdita delle foreste. Per individuare questo ‘punto di non ritorno’, il professor Tomasz Stepinski e la sua squadra hanno utilizzato immagini satellitari ad alta risoluzione prodotte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) al fine di studiare i diversi paesaggi per blocchi di 9 chilometri di larghezza, in un arco temporale che va dal 1992 al 2015.

 

In questo modo, è stato scoperto che la deforestazione si verifica in tempi relativamente lenti se rimane confinata in un’area non superiore alla metà della foresta. Una volta raggiunta (e superata) la metà, la foresta scomparirà in tempi molto più rapidi. Ma non solo. Nello studio, pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters, si legge anche che i processi naturali tendono a far scomparire i paesaggi misti, cioè quelli caratterizzati dalla compenetrazione tra, ad esempio, attività agricole e boschi. Ciò avviene nello specifico all’interno di aree pari a circa 81 km2. Secondo Stepinski questo comportamento è tutt’altro che contro-intuitivo. Infatti, l’omogeneità verso cui la natura tende corrisponderebbe all’esistenza di diverse zone climatiche.

 

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L’anno scorso, i ricercatori hanno utilizzato i medesimi dati per dimostrare che il 22% della superficie abitabile della Terra è stato notevolmente modificato tra il 1992 e il 2015. Il più grande cambiamento corrisponderebbe ad un passaggio dalla foresta all’agricoltura, che ha comportato un notevole incremento del processo di deforestazione. In questo modo, usando il metodo Monte Carlo (usato per trarre stime attraverso simulazioni), è stato possibile determinare con quale probabilità alcuni tipi di cambiamento possano determinarsi nel paesaggio in un arco temporale di circa 100 anni.

 

Così facendo, è emerso che ogni possibile cambiamento segue una traiettoria di trasformazione che va da un paesaggio omogeneo ad un altro. Ciò vale sia per il paesaggio naturale, sia per il paesaggio antropico. Questo vuol dire che, a prescindere dalla diretta azione dell’uomo e in aree di una certa dimensione, un paesaggio con poche foreste tenderà naturalmente a perdere l’area boschiva che possiede.“Il pianeta Terra vuole essere omogeneo”, ha affermato Stepinski, “e quando le diverse zone iniziano a cambiare, questo processo non si ferma finché tutto il blocco non diventa omogeneo.

 

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Questa scoperta ha notevoli conseguenze per un’efficace gestione del paesaggio. Martin McCallister, project manager di Edge of Appalachia Nature Preserve, ha infatti sottolineato la necessità di definire delle aree protette più grandi, perché ciò favorirebbe la loro capacità di resistere ai cambiamenti climatici o all’assalto di specie invasive. “Una volta che una proprietà viene frammentata dalle strade, è più facile estrarre risorse, ma è anche più facile per le specie invasive e i parassiti penetrare nella foresta, ha sottolineato.

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