• Articolo Roma, 25 novembre 2013
  • COP19: al vertice ONU vince l’inerzia climatica

  • Si è chiusa con un giorno di ritardo la diciannovesima Conferenza delle Parti dell’Unfccc. Sul tavolo dei negoziati, la creazione di un meccanismo di “perdita e danno” e la roadmap per l’accordo globale sul clima

COP19: al vertice ONU vince l'inerzia climatica

 

Passano gli anni, cambiano le location e gli impegni da concordare, ma non cambiano i risultati. La diciannovesima conferenza delle parti (COP19) dell’UNFFFC si chiude a Varsavia in clima di delusione e polemiche, con un risultato complessivo ben lontano da quell’urgenza d’azione a cui si sono appellati fino a ieri ambientalisti e mondo scientifico. Dalle due settimane di negoziati è uscita solo una blanda traccia di quello che nel 2015 dovrà essere il testo definitivo dell’accordo di riduzione globale dei gas serra; la prima formulazione di qualsiasi impegno climatico è stata, infatti, rimandata alla COP di Parigi, anno 2015, dimostrazione pratica che la crisi climatica continua ad essere percepita più come un argomento da salotto che come un problema reale.

 

Non è bastata neppure la catastrofe ambientale che per il secondo anno di fila ha colpito le Filippine, proprio in concomitanza con il Summit climatico, a far sì che le parti prendessero il giusto ritmo durante i colloqui, conclusosi anche quest’anno con un giorno di ritardo. Al contrario, i Paesi ricchi hanno dato ancora una volta la prova d’essere ben lontani dal dare il giusto peso al cambiamento climatico in atto: lo ha dimostrato il governo giapponese ritrattando i suoi precedenti impegni per tagliare le emissioni, e quello australiano alle prese con un rimaneggiamento della propria legislazione sul clima e pienamente supportato dal governo canadese.

 

I RISULTATI DELLA COP 19

 

Le due settimane di negoziati sono servite alle Parti a concordare l’atteso timeplan la presentazione dei contributi nazionali alla riduzione delle emissioni dei gas serra e delle modalità per accelerare gli sforzi e per istituire un meccanismo in grado di affrontare le perdite e i danni causati dai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Nessun progresso sostanziale per il Fondo Verde per il Clima, rimandato alla COP20: i governi hanno messo nero su bianco qualche dettaglio in più in tema dei finanziamenti a sostegno delle azioni di mitigazione ed adattamento nelle economie più povere. Questo include la richiesta, alle nazioni sviluppate, di preparare osservazioni biennali sulle loro strategie per incrementare tali finanziamenti tra il 2014 e il 2020. Il vero impegno è arrivato stavolta dalle nazioni povere: 48 dei Paesi più indigenti al mondo hanno presentato una serie di piani finalizzati a valutare gli impatti immediati dei cambiamenti climatici e gli aiuti necessari per divenire più resilienti.

Passi avanti si sono compiuti sul fronte della lotta alla deforestazione; gli accordi della COP19 hanno incluso una serie di decisioni finalizzate ad aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre i gas a effetto serra causati dalla deforestazione e dal degrado delle foreste, che oggi rappresentano circa un quinto di tutte le emissioni antropiche. Il quadro di Varsavia per il programma REDD + sarà sostenuto da 280 milioni di dollari di finanziamento promessi dagli Stati Uniti, Norvegia e Regno Unito.

 

 

COP19: al vertice ONU vince l'inerzia climatica

 

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

 

Per l’Onu i risultati del Vertice possono essere considerati soddisfacenti. “Varsavia ha impostato il percorso che permetterà ai governi di lavorare sul testo di un nuovo accordo universale sul clima, in modo che faccia la sua comparsa sul tavolo della prossima conferenza dell’ONU in Perù. Questo è un passo essenziale per raggiungere un accordo definitivo a Parigi, nel 2015″, ha commentato Marcin Korolec, Presidente della conferenza COP19. Un parere condiviso anche da Connie Hedegaard, commissario europeo per l’Azione per il clima. “La Conferenza sul clima di Varsavia ha mostrato quanto sarà difficile la strada per un risultato ambizioso a Parigi. Ma le ultime ore hanno anche dimostrato che siamo capaci di andare avanti. L’UE voleva un approccio graduale che ora è stato concordato come la strada da seguire: tutti i paesi devono contribuire ai futuri sforzi di riduzione, tornare a casa e fare il loro lavoro”.

 

IL BICCHIERE COMPLETAMENTE VUOTO

 

Molto più critiche sono le ONG, fortemente deluse dalla mancanza d’ambizione del summit, al punto d’aver abbandonato Varsavia prima della chiusura. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, che ha seguito i lavori in loco, ci spiega perché la COP19 è da considerarsi l’ennesimo fallimento dei negoziati sul clima. “La mancanza di un senso di urgenza mostrata dai governi in questo processo è stata nauseante. Ed è per questo che abbiamo lasciato i negoziati di Varsavia prima della loro chiusura. I negoziatori avrebbero dovuto usare il vertice di Varsavia per fare un grosso e fondamentale passo avanti verso un’azione globale e giusta contro il cambiamento climatico. Non è successo. E questo mette a serio rischio i negoziati verso il raggiungimento di un accordo globale nel 2015. Una performance simile anche l’anno prossimo sarebbe disastrosa, non solo per il progresso dei negoziati, ma soprattutto per tutte le comunità vulnerabili e per il mondo naturale da cui tutti noi dipendiamo”. Le associazioni ambientaliste hanno puntato il dito contro i grandi inquinatori colpevoli d’aver esercitato forti pressioni su questi negoziati e sull’incapacità dei governi di mettere gli interessi della comunità globale di cittadini davanti ai propri.

 

 

“Entro l’inizio del prossimo negoziato a Lima, – continua Midulla – abbiamo urgente bisogno di volontà politica, impegni reali, e un chiaro percorso verso un accordo complessivo e giusto a Parigi nel 2015, dove un nuovo accordo globale sul cambiamento climatico dovrà essere approvato. I Capi di Stato e di Governo dovranno arrivare al Summit dei leader ONU, convocato dal Segretario Generale per il prossimo settembre, con nuovi impegni che corrispondano alle evidenze scientifiche sul cambiamento climatico; dovranno anche impegnarsi direttamente nel percorso del processo negoziale, soprattutto a Lima e in Perù, se si rivelerà necessario, senza per questo duplicare il lavoro dei ministri e dei negoziatori”.