• Articolo Roma, 3 ottobre 2019
    • Oli vegetali esausti per produrre biocarburanti: la ricetta sostenibile di Eni

    • Dopo il bando dell’olio di palma imposto entro il 2030 dall’Ue, le aziende produttrici stanno cercando alternative sostenibili per produrre biodiesel. Grazie alle convenzioni stipulate con aziende e consorzi locali, Eni riesce a trasformare il 50% degli oli esausti raccolti in Italia in biocarburanti

    biocarburanti oli vegetali

     

    Con la recente approvazione della Renewable Energy Directive, la cosiddetta RED II, l’Unione Europea ha fissato per il 2030 l’obiettivo del 14% di risorse energetiche impiegate nel settore dei trasporti provenienti da fonti rinnovabili. Il documento prevede la drastica riduzione dell’olio di palma nella produzione di biodiesel: una misura che prova da una parte a limitare la deforestazione nei Paesi tropicali (Malesia e Indonesia su tutti) dove viene coltivato, ma anche a regolare l’impiego di risorse alimentari nella produzione di biocarburanti. Dal 2021, gli Stati Ue non potranno aumentare le quote di olio di palma importato rispetto a quelle registrate nel 2019, mentre a partire dal 2023 dovranno gradualmente diminuirle fino alla completa eliminazione entro il 2030.

     

    L’abbandono dell’olio di palma, d’altra parte, era nell’aria già da tempo: Francia e Norvegia hanno approntato regolamentazioni per vietarne l’utilizzo già a partire dal 2020 e alcune delle maggiori aziende produttrici di biocarburanti stanno lavorando per trovare validi sostituti.

    E’ il caso di  Eni, che ha individuato in un prodotto di scarto tra i più diffusi in Italia una delle possibili alternative all’olio di palma: si tratta degli oli vegetali esausti, come quelli di frittura o di conservazione del cibo.

     

    Dal 2014, Eni ha convertito la raffineria di Venezia, a Porto Marghera, in una bioraffineria creando un vero e proprio volano per il recupero e la rigenerazione di oli alimentari (vegetali e animali) esausti. La produzione di biodiesel è stata lanciata inizialmente dall’olio di palma con un’importazione di circa 360 mila tonnellate annue, ma con l’introduzione della nuova normativa europea, il settore dovrà essere trainato da un’alternativa più sostenibile.

    Nel 2017, l’azienda energetica ha siglato un accordo con il Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti (Conoe) e con altri consorzi italiani che hanno permesso la trasformazione di oltre il 50% degli oli recuperati ogni anno in biocarburanti.

     

    Ogni anno, in Italia, si producono circa 280 mila tonnellate di oli vegetali esausti, di cui, nel 2018, è stato recuperato solo il 23% (75 mila tonnellate). La quasi totalità dell’olio esausto riciclato proviene dalla ristorazione e dall’industria alimentare, e solo una parte marginale dal conferimento nelle isole ecologiche e in centri aperti alla cittadinanza. Le restanti 205 mila tonnellate di olio sono quelle che produciamo quotidianamente nelle nostre case e che spesso smaltiamo direttamente negli scarichi domestici.

    Una pratica che può portare a gravi danni ambientali: 1 solo litro d’olio versato in uno specchio d’acqua può creare una pellicola inquinante grande come un campo da calcio e rendere non potabile 1 milione di litri d’acqua. L’olio esausto danneggia anche le tubature domestiche e gli impianti di depurazione: 1 litro d’olio può causare fino a 4 kg di fanghi che gravano sulle spese di manutenzione degl’impianti e ne compromettono il funzionamento.

     

    Gli oli raccolti vengono rigenerati tramite un particolare processo di idrogenazione (chiamato Ecofining) messo a punto da Eni in collaborazione con l’azienda petrolchimica Honeywell-UOP: il Green Diesel così ottenuto viene poi miscelato con il gasolio per ottenere Eni Diesel +, un biocarburante che contiene il 15% di componente rinnovabile, molto al di sopra della normativa italiana che fissa la soglia al 10% a partire dal 2020.

    Al momento sono gli accordi con altre aziende della filiera energetica e del riciclo che alimentano la sete d’olio vegetale usato e di frittura di Eni: lo scorso anno, la compagnia italiana ha siglato un’intesa con Hera, la multiutility leader nei servizi ambientali, idrici ed energetici attiva in Emilia Romagna, per la fornitura dell’olio esausto raccolto nei 400 contenitori stradali e nei 120 centri di raccolta gestiti. Un “bottino” di circa 800 tonnellate l’anno, che potrebbe crescere ancora di più con l’installazione di ulteriori 300 contenitori stradali frutto dell’intesa con Eni.

     

    Il biodiesel realizzato è stato utilizzato per alimentare i mezzi pesanti gestiti da Hera per la raccolta dei rifiuti urbani, in un perfetto ciclo di economia circolare.

    Simili iniziative di partnership sono state avviate anche con aziende operative a Roma, Taranto e Venezia, dove test sperimentali hanno dimostrato come l’uso del biocarburante a base di olio esausto porti miglioramenti  nelle emissioni di inquinanti.

    Di inizio 2019 è invece la firma dell’accordo tra Eni e RenOils, Consorzio nazionale degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti con il quale le due aziende s’impegnano sia a collaborare per aumentare il flusso di olio destinato alla bioraffineria di Porto Marghera sia ad avviare campagne d’informazione e di sensibilizzazione per incentivare il corretto conferimento di queste preziose risorse.

    Il target di riferimento cui punta Eni resta, infatti, quel 75% di scarti (principalmente domestici) che ancora sfuggono al sistema del riciclo: oltre 200 mila tonnellate d’olio esausto che potrebbero divenire il punto cardine su cui far girare il settore dei biocarburanti in Italia.

     

     

    In collaborazione con Eni
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