Da lunedì 10 a venerdì 21 a Belém, in Brasile, si terrà la 30esima conferenza delle Parti della Convenzione su cambiamenti climatici. Molti dubbi sulle reali capacità della COP30 di poter contenere il riscaldamento globale

Si apre oggi, 10 novembre, la COP30 di Belém, in Brasile, il più importante vertice mondiale dedicato alla lotta contro il riscaldamento globale. Due settimane di negoziati serrati in cui si discuterà dei modi migliori per monitorare i progressi nell’ambito dell’adattamento e di come perseguire una transizione globale equa e giusta. Altri temi centrali dei negoziati saranno i nuovi obiettivi climatici dei Paesi e l’aumento dei finanziamenti internazionali a favore del clima a 1.300 miliardi di dollari l’anno, provenienti da fonti pubbliche e private, entro il 2035. Un appuntamento fondamentale che segna i 10 anni dall’Accordo di Parigi.
Che cos’è la COP
La COP30 di Belém è la 30esima riunione annuale delle Nazioni Unite sul clima: la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). COP sta, appunto, per Conferenza delle Parti. Il termine Parti fa riferimento ai quasi 200 Paesi firmatari dell’accordo originale delle Nazioni Unite sul clima del 1992.
Quando si tiene la COP30 di Belém?
La COP30 si svolgerà ufficialmente da lunedì 10 novembre a venerdì 21 novembre. I leader mondiali si sono riuniti prima dell’apertura del vertice, giovedì 6 e venerdì 7 novembre. La COP di quest’anno potrebbe registrare la più bassa partecipazione di leader mondiali dal 2019.
Dove si tiene quest’anno la COP?
Quest’anno l’evento più importante della COP si tiene a Belém, alle porte della foresta amazzonica. La scelta ha causato notevoli ostacoli alle delegazioni mondiali soprattutto a causa degli alti costi degli alloggi, un problema sentito in particolare dagli Stati a basso reddito. Il processo di selezione del Paese ospitante funziona così: la sede della COP viene scelta dai Paesi partecipanti a seguito di una candidatura presentata dalla regione geografica ospitante.
Il Brasile è apparso da subito una scelta controversa. Mentre si preparava il terreno per la COP30 di Belém, il Governo brasiliano spingeva per l’approvazione di licenze per progetti di sfruttamento dei combustibili fossili alla foce del Rio delle Amazzoni. Le decisioni interne del Governo brasiliano contrastano quindi con il desiderio di mostrarsi all’esterno come leader globale nell’azione per il clima.
Il 20 ottobre, a pochissimi giorni dall’inizio della COP, l’agenzia ambientale brasiliana ha concesso alla compagnia petrolifera statale Petrobras una licenza per trivellare nella foce del Rio delle Amazzoni, una decisione delle ricadute gravissime per il clima e l’ambiente, le risorse idriche locali e l’equilibrio ecologico. L’estrazione di petrolio causerà danni alle popolazioni indigene e alle comunità tradizionali della regione, i popoli Karipuna, Palikur-Arukwayene, Galibi Marworno e Galibi Kali’na, come sottolinea anche Amnesty International.
Obiettivi specifici della COP30 di Belém
L’Accordo di Parigi sul clima richiede ai Paesi di presentare ogni cinque anni piani climatici sempre più ambiziosi, in base al cosiddetto meccanismo di ratchet-up. I Governi sono chiamati a indicare l’entità della riduzione delle emissioni che intendono conseguire. Ogni proposta dovrebbe essere più alta della precedente, portando a un taglio progressivo delle emissioni (per contenere il riscaldamento globale a un grado e mezzo entro la fine di questo secolo).
Il 2025 segna la scadenza per la presentazione di un nuvo ciclo di questi piani climatici, o per essere più percisi, dei nuovi Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Se i nuovi NDC presentati dagli Stati non fossero sufficientemente ambiziosi, il vertice dovrà concordare un processo collettivo post-COP30 per poter affrontare i deficit globali rimanenti, garantendo che il meccanismo di ratchet-up rimanga pienamente operativo.
La COP30 di Belém porrà un’attenzione particolare all’adattamento. Ciascun Paese deve disporre di Piani Nazionali di Adattamento (PAN). Tuttavia, l’attuazione di questi piani appare ancora molto limitata. Diverse nazioni faticano a mobilitare i finanziamenti necessari per realizzare le priorità di adattamento al clima delineate nei loro piani. Il summit di Belém dovrebbe servire a passare dalla pianificazione all’attuazione.
Un punto centrale dell’agenda della COP30 è l’Obiettivo Globale sull’Adattamento (GGA). Il GGA punta a fornire ai Paesi una base più definita per la pianificazione, l’attuazione e la responsabilità. Le Parti stanno lavorando per sviluppare un quadro di indicatori e delle linee guida per poter valutare la capacità di adattamento, la resilienza e la riduzione della vulnerabilità degli Stati.
Risorse per l’adattamento
La COP29 aveva stabilito l’obiettivo di 1.300 miliardi di dollari di finanza climatica da mobilitare collettivamente ogni anno entro il 2035 tra contribuiti pubblici e risorse private, compresi i contributi delle economie meno sviluppate. Sebbene il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG) sia stato già definito, non fa ancora parte dell’architettura di attuazione dell’Accordo di Parigi. Le risorse messe a disposizione dalle economie più solide a favore degli Stati a basso reddito più vulnerabili attualmene si collocano ben al di sotto dei 1.300 miliardi di dollari stimati necessari.
Sempre alla COP29 dello scorso anno le economie sviluppate si erano impegnate anche a raccogliere almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per la mitigazione e l’adattamento. Tuttavia, come afferma l’UNEP in un rapporto, la cifra non sarebbe sufficiente a rispondere al fabbisogno finanziario per l’adattamento nelle aree più vulnerabili del Pianeta.
Indicatori di adattamento climatico
Alla COP28 di due anni fa, i Paesi avevano adottato un quadro di riferimento per l’obiettivo globale di adattamento. In due anni di negoziati si è discusso molto della necessità di definire degli indicatori concreti e misurabili da considerare per il monitoraggio dei progressi globali in materia. La COP30 dovrebbe portare all’adozione di un elenco definitivo di 100 indicatori. Per poter essere utilizzati tali indici dovranno essere specifici ma anche abbastanza flessibili da potersi adattare a tutte le pratiche di adattamento.
Finanza climatica: la Roadmap Baku-Belém
A Belém, i negoziati formali sulla finanza per il clima non sono una questione principale. Tuttavia, il lancio della Roadmap Baku-Belém può offrire alla Conferenza delle Parti l’opportunità di riflettere in maniera più approfondita sul tema e potrebbe influenzare i negoziati in senso più ampio.
Il 6 novembre, le Presidenze dell’Azerbaigian per la COP29 e del Brasile per la COP30 hanno presentato Roadmap Baku-Belém, il piano per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti per il clima per i Paesi a basso reddito entro il 2035. Questi sforzi dovrebbero facilitare l’accesso dei Paesi a basso reddito alla finanza per il clima e permettere di arrivare a risultati migliori in aree chiave come adattamento, perdite e danni, energia pulita, natura, sistemi alimentari e transizioni giuste ed eque. La Roadmap dovrebbe guidare la cooperazione e agevolare il raggiugimento di risultati tangibili.
Guardando al 2035, la Roadmap definisce cinque aree prioritarie, ciascuna supportata da punti d’azione mirati:
- alimentare donazioni, finanziamenti agevolati e capitale a basso costo;
- riequilibrare disponibilità di risorse e sostenibilità del debito;
- ricanalizzare finanziamenti privati trasformativi e finanziamenti a basso costo;
- migliorare la capacità e il coordinamento su larga scala;
- rimodulare sistemi e strutture per flussi di capitale davvero equi;
A che punto siamo con il riscaldamento globale
Il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha dichiarato che il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Amazzonia sarà una “COP della verità“. Le soluzioni sono quanto mai urgenti, anche perché un recente rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che le emissioni di carbonio a livello planetario sono diventate troppo elevate per scongiurare il riscaldamento globale entro la fine del secolo.
Nonostante le promesse, quindi, il mondo non è riuscito a evitare che il riscaldamento globale superi 1,5 gradi Celsius, l’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi negoziato dieci anni fa. Considerati i tagli necessari, il poco tempo a disposizione per realizzarli e il contesto internazionale sfavorevile, è molto probabile che il superamento del grado e mezzo avverrà nel prossimo decennio.
Al contrario, procediamo verso un pericolosissimo riscaldamento di 2,3-2,5 gradi Celsius, come sostiene il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Le previsioni presuppongono il mantenimento degli impegni presi finora dagli Stati per ridurre le emissioni. In caso contrario, il mondo diventerà ancora più caldo e invivibile.
Il rapporto delle Nazioni Unite ha rilevato che l’attuale traiettoria del riscaldamento globale è inferiore di appena 0,3 gradi Celsius rispetto a un anno fa, prima della COP29 di Baku. Vuol dire che i nuovi piani annunciati quest’anno (non tutti i Paesi lo hanno fatto) non hanno spostato di molto l’ago della bilancia. Il ritiro annunciato degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi causerà una frazione di grado di riscaldamento, sostiene il report. Ogni frazione di grado evitata comporta minori perdite per le persone e gli ecosistemi, minori costi e minore dipendenza dai meccanismi di rimozione dell’anidride carbonica.
Cosa vogliono le ONG dalla COP30 di Belém per il clima
Greenpeace, ad esempio, ha respinto con durezza soluzioni di comodo come la compensazione delle emissioni di carbonio, la cattura e lo stoccaggio del carbonio o le scappatoie “net zero”. A detta della ONG, queste soluzioni aiutano solo chi inquina a ritardare i tagli effettivi alle emissioni. L’unico modo per rispettare il limite del grado e mezzo di riscaldamento è ridurre drasticamente e rapidamente l’uso di combustibili fossili, ponendo fine alla deforestazione e alla perdita di ecosistemi, afferma ancora Greenpeace.
COP30 di Belém e transizione equa
La presidenza della COP30 ha indicato altri due temi come prioritari per i negoziati: il programma di lavoro per una transizione equa e il dialogo sull’attuazione dei risultati del primo bilancio globale. Il primo punto riguarda le discussioni tra le Parti su come supportare al meglio le persone colpite dalla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.
Per quanto riguarda il dialogo sul bilancio, questo implica l’avanzamento dei risultati della COP28, come triplicare la capacità globale di energia rinnovabile e abbandonare gradualmente i combustibili fossili. Su questi temi le divergenze tra i Paesi sono molte. Gli Stati a basso reddito vorrebbero che tale sostegno non arrivi solo ai lavoratori del settore dei combustibili fossili ma anche alle comunità locali e ad altri gruppi sociali svantaggiati. Le economie sviluppate tendono invece a guardare più all’impatto su lavoro e occupazione.
Leggi anche: I biocarburanti sostenibili saranno il tema chiave della COP30
Il fattotre Cina (e non solo)
La Cina ha fissato degli obiettivi climatici troppo modesti. Questo fattore, insieme all’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, potrebbe compromettere gli sforzi per rallentare l’aumento delle temperature, ha affermato a Politico John Podesta. Non è un caso che Washington non mandi nessuno alla COP30 in Brasile. Podesta nel 2014 contribuì a elaborare una dichiarazione congiunta tra l’allora Presidente USA, Barack Obama, e il Presidente cinese, Xi Jinping. La dichiarzione spinse poi gli altri Paesi verso l’Accordo di Parigi. Questo freno alle ambizioni globali non è che confermato dagli obiettivi climatici dell’Unione Europea. I Membri dell’UE sono colpevoli di aver appena rivisto al ribasso il taglio delle emissioni al 2040, ponendo ancora più dubbi sulle reali capacità della COP30 di poter contenere il riscaldamento globale.













