• Articolo Roma, 19 luglio 2016
  • Bring The Sun Home: la rivoluzione solare nel sud del mondo

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(Rinnovabili.it) – Le idee dei più giovani possono cambiare il mondo e a volte possono anche mostrarcelo con uno sguardo nuovo. Come quello che traspare da “BRING THE SUN HOME”, il docufilm del 2013 di Chiara Andrich e Giovanni Pellegrini, prodotto da Sole Luna – un ponte tra le culture. La pellicola segua le vicende di alcune donne provenienti da sperdute zone rurali e isolate dell’America del Sud, che partono dai loro villaggi e studiano per sei mesi in India per diventare vere e proprie “ingegnere solari”, in grado di portare luce ed energia pulita nelle proprie comunità. Pluripremiato in questi anni, il docufilm di Andrich e Pellegrini si è aggiudicato recentemente anche il Premio speciale Rinnovabili.it, riconoscimento che il quotidiano ha assegnato in occasione dei CETRI Educational Awards 2016. Abbiamo rincontrato i due registi per farci raccontare come è nato il progetto e cosa, a distanza di anni, gli abbia lasciato.

 

 

Come è nata l’idea di Bring the sun home?

Giovanni: “Bring the sun home” documentario nasce dal Festival Sole Luna di Palermo, a cui io e Chiara abbiamo partecipato con “Joseph Whitaker” un documentario su un grande magnate del vino Marsala, protagonista della stagione della Belle Epoque Palermitana tra 8 e 900. Il documentario era il nostro saggio di secondo anno alla scuola di Cinema di Palermo e mai ci saremmo aspettati di vincere un premio. Ancora meno ci aspettavamo un premio come quello che abbiamo vinto, il premio che ogni regista vorrebbe vincere: un piccolo budget messo in palio da Enel Green Power per girare un documentario. La cosa eccezionale è che dovevamo girarlo su una storia incredibile, di quelle che si cercano per anni: la storia delle prime donne latinoamericane che partecipavano al progetto dell’ONG indiana Barefoot College per portare la luce solare nelle zone più remote del pianeta.

Il Barefoot College è sostenuto da EGP e sulle prime eravamo molto intimoriti dal dover lavorare con una multinazionale, temendo che ci avrebbero condizionati nelle nostre scelte. Da subito invece lo staff di Enel si è mostrato aperto alle nostre proposte e abbiamo avuto la libertà di girare il film come volevamo. Così è nato Bring the sun home.

 

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Bring the sun home ci mostra un viaggio fra territori così differenti come l’India e l’America Latina; come è stato lavorare a contatto con queste realtà?

Chiara: Il nostro viaggio è cominciato a Tilonya nel Rajastan dove ha sede il Barefoot College. Il Barefoot College non è solo una ong, ma è villaggio autosostenibile dove vivono e lavorano circa 200 persone, una sorta di hasram gandhiano dove ognuno contribuisce alla vita della comunità e tutti, anche gli esclusi, riacquistano la propria dignità. La scuola del solare, la “solar section” ospita ogni sei mesi 40 donne provenienti da tutto il mondo e noi ci siamo trovati a vivere insieme a loro l’inizio del corso ed anche lo shock culturale del ritrovarsi a confronto con altre persone di lingua e cultura differente. Spesso ci siamo trovati a fare da interpreti alle donne sudamericane presenti che non capivano il traballante inglese degli indiani o comporre i numeri di telefono per le donne analfabete.

L’esperienza in Perù è stata completamente diversa, per un mese circa ci siamo spostati di comunità in comunità nella zona andina del sud del paese seguendo Jeny e Paula che installavano i pannelli solari. Proprio perché viaggiavamo con loro e a Don Felix, un responsabile della ong Semilla de Sol, siamo sempre stati totalmente accettati e nessuno ci ha trattato come gringos. Abbiamo così potuto entrare senza problemi nelle case dei “comuneros”, abbiamo mangiato il lama appena macellato nelle case dei pastori e giocato insieme ai bambini. Un’esperienza intensa che ci ha lasciato ricordi indelebili: i visi delle persone, le condizioni di vita dura, i paesaggi delle Ande.

 

Lontane da casa, con ovvie difficoltà linguistiche, impegnate ad imparare una materia non proprio per tutti, queste donne hanno compiuto una vera e propria impresa. Su cosa, se è successo, vi hanno sorpreso e cosa vi ha colpito di più delle loro storie?

Giovanni: In questa storia sono tantissime le cose che ci hanno sorpreso. Quando eravamo in India non potevamo credere a quello che stavamo vedendo: un indiano analfabeta che spiega in un inglese incomprensibile come funziona un circuito elettrico a 40 donne di 8 nazionalità diverse che lo guardano come se fosse un alieno. Sulle prime eravamo scettici, invece già dopo pochi giorni abbiamo visto come il “metodo Barefoot”, messo a punto da analfabeti per insegnare concetti complessi ad altri analfabeti, cominciava a dare i primi frutti. Il fatto è che avevamo a che fare con donne eccezionali, scelte dalle loro comunità per la loro determinazione che vivevano questa esperienza come una vera e propria missione. Noi occidentali siamo abituati all’istruzione, e spesso la viviamo come un’imposizione, le donne che avevamo davanti invece non avevano mai avuto la possibilità di studiare e per loro questa era un’opportunità incredibile. Molte di loro non avevano mai lasciato il loro villaggio, ora si trovavano dall’altra parte del mondo per portare alle loro comunità -ai loro figli e ai loro nipoti- un futuro migliore, e la voglia di imparare era stampata nei loro occhi.

 

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Un’altra cosa che ci ha colpito tantissimo è stato vedere le donne al loro ritorno dall’India, indaffarate a installare i kit solari sui tetti delle case dei loro villaggi: la loro energia, l’orgoglio di essere depositarie di un sapere che nessuno padroneggia nella comunità, e la loro sicurezza. In India avevamo avuto a che fare con donne impaurite e spaesate, in Perù con delle ingegnere del solare piene di entusiasmo, che sapevano tener testa alla diffidenza degli uomini del villaggio.

Questi sono solo due delle cose che più ci hanno colpito in questa storia incredibile, ma anche vedere donne divise da barriere linguistiche e culturali enormi cominciare a socializzare, avere a che fare con persone che non avevano mai visto un cellulare, o ancora vedere accendersi la gioia negli occhi di un bambino che per la prima volta vede accendersi una lampadina, sono tantissime le emozioni che ci porteremo dietro per sempre grazie a questo documentario.

 

 

Bring the sun home è un inno al multiculturalismo, ma anche all’empowerment femminile e alla sostenibilità, sia energetica che sociale, ma qual è l’aspetto che tenete di più traspaia dal film?

Chiara: Bring the sun home è un documentario che tocca diversi temi e per questo continua a riscuotere molto successo, è una storia positiva che tocca il tema della sostenibilità che non è solo energetica, ma soprattutto di sviluppo sostenibile. La filosofia della ong indiana Barefoot College è infatti quella di dare gli strumenti utili per uno sviluppo dal basso che crei impiego e consapevolezza. E’ inoltre una storia di emancipazione femminile dove il viaggio che le donne affrontano diventa lo strumento per prendere consapevolezza di sé e degli altri. Queste donne che non erano mai uscite da i propri villaggi e che prima ricoprivano il ruolo di madri e nonne tornano a casa effettivamente cambiate con le capacità di svolgere un lavoro considerato da uomini. Come dice una delle nostre protagoniste ad un uomo che si dimostra scettico sulle sue competenze: “una donna vale due uomini!”.

Noi abbiamo cercato di far emergere soprattutto la crescita ed il percorso intrapreso dalle solar women engineers: l’importanza dell’accesso al sapere come forma di emancipazione ed il cambiamento di prospettiva in coloro che hanno frequentato il corso.

E dopo “Bring the sun home”?

foto-premio-rinnovabili-lowDopo “Bring the sun home” abbiamo realizzato un altro documentario insieme dal titolo “Ali di tela –Volando con Angelo D’Arrigo”. Si tratta di un lavoro completamente diverso, un racconto biografico del campione di deltaplano Angelo D’Arrigo che è stato presentato in vari festival sia in Italia che all’estero tra cui il Pakistan Mountain Film Festival, il Festival de cinema italiano di Annecy, Documentaria Noto e il Premio Marcellino De Baggis. Il documentario narra la parabola di Angelo D’Arrigo, pilota italofrancese conosciuto in tutto il mondo come l’uomo che volava con le aquile con il suo deltaplano. Dopo aver sorvolato l’Everest ed il Mediterraneo con il suo deltaplano e aver realizzato numerosi record di volo libero, Angelo è morto in un incidente aereo volando come passeggero durante una manifestazione di volo ma la sua memoria è ancora viva tra i piloti e gli appassionati di volo libero di tutto il mondo. Quest’anno si celebra il decennale della sua scomparsa.

Attualmente stiamo lavorando su alcuni progetti personali ancora in fase di pre-produzione.

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