Ripensare al modello politico-economico in nome della sostenibilità
Quanto ancora potremo “crescere”? Fino a quando potremo usare in modo progressivo le risorse naturali? Quanto potremo aumentare i nostri consumi? E saranno solo le crisi economiche come quella che stiamo vivendo le uniche e sole a poter regolare una crescita indefinita e lasciata di fatto nelle mani del libero mercato e della globalizzazione?
Per chi si occupa dei problemi inerenti alle fonti rinnovabili d’energia, alle conseguenze dell’inquinamento, ai disastri causati da gas serra e dai conseguenti cambiamenti climatici, è inevitabile, attualmente, imbattersi in una serie di riflessioni. Ampliando la visuale al medio lungo termine, ci si rende conto che per contenere i problemi ambientali non si devono solo ricercare delle soluzioni tecniche. Esiste un problema a monte, e questo è di tipo politico. Ciò significa interrogarsi sui principi dei governi che amministrano i vari stati del mondo, sul loro modo di gestire le risorse naturali, di organizzare sia la struttura produttiva-industriale che la ridistribuzione delle risorse finanziarie. Insomma non basta immettere meno CO2 nell’atmosfera (e sì che ne abbiamo un impellente bisogno!), ma occorre ripensare la visione delle nostre vite personali, la struttura politico-sociale, le basi su cui è fondata la nostra economia e l’idea di una crescita indefinita della produzione, della ricchezza del Pil, dell’espansione dei mercati che sta alla base del mondo attuale.
E questo ovviamente oggi non può essere tema di pertinenza di un singolo stato. La globalizzazione rende indispensabile un approccio planetario e quindi sempre più difficile da adottare. Questo anche a causa delle grosse disparità di problemi (sociali, economici, politici…) tra paesi ormai in un’era post-industriale e quelli in via di sviluppo. Tra le nazioni più povere e quelle che stanno emergendo dallo stato di necessità e si affacciano appena adesso al mercato mondiale.
Abbiamo fatto questa premessa per introdurre l’argomento che vogliamo trattare: la “teoria della decrescita, cosa che faremo con un taglio giornalistico, nel modo più chiaro e comprensibile possibile perché a nostro avviso ha molto a che fare con l’applicazione delle energie tratte da fonti rinnovabili che è l’argomento fondamentale che il nostro giornale tratta quotidianamente. Ma i nostri più assidui lettori si saranno resi conto come ogni giorno riportiamo news e trattiamo temi che, partendo dall’informazione sulle energie da fonti rinnovabili, toccano non solo argomenti scientifici e tecnologici, ma anche quelli che coinvolgono la politica internazionale, si occupano di situazioni sociali e riguardano l’ambito economico-finanziario.
Il termine “decrescita” fu coniato dallo statistico-economista Nicholas Georgescu-Roegen, rumeno, professore alla Sorbona e quindi alla Vanderbilt University di Nashville, il quale nella sua teoria dell’economia ecologica sosteneva che come ogni altra anche la scienza economica, deve fare i conti con le leggi della fisica, e, a suo avviso, soprattutto con il secondo principio della termodinamica, per cui al termine di qualsiasi processo la qualità energetica (vale a dire la possibilità che l’energia usata abbia la possibilità di poter essere usata di nuovo) peggiora invariabilmente rispetto allo stato iniziale.
E quindi, sosteneva Georgescu-Roegen, la produzione di beni materiali fa decrescere la disponibilità energetica nel futuro.
Ma nel processo economico non solo la qualità dell’energia peggiora, ma anche la materia riduce tendenzialmente la possibilità di essere usata in successivi processi economici. Quando le materie prime concentrate in giacimenti nel sottosuolo vengono disperse nell’ambiente, hanno una scarsa probabilità di venire reimpiegate nel ciclo economico e se ciò avviene, spiega Georgescu-Roegen, si verifica intanto in misura assai minore, e comunque richiedendo un notevole dispendio di energia.
L’economia ecologica di Georgescu-Roegen sostiene quindi che la materia e l’energia entrano nel processo economico con un livello di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da tutto questo la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.
(Vedi anche “L’economia politica come estensione della biologia”; Conferenza tenuta all’Università di Firenze il 14 maggio 1974, Note Economiche – Monte dei Paschi di Siena, 2, 5-20 – 1974)
La teoria della decrescita vede come principale e più famoso esponente Serge Latouche, economista e filosofo francese, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e all’Institut d’Etudes du devoloppement économique et social (IEDS) di Parigi. Questa teoria viene basata su una serie di principi che elenchiamo qui di seguito:
Ma il pensiero di Latouche non si limita solo a questo, infatti, nei suoi scritti e nei suoi discorsi si evidenzia la sua posizione contraria all’occidentalizzazione del pianeta e si dimostra invece un sostenitore di quella che lui stesso chiama “decrescita conviviale” e del “localismo” in contrapposizione alla standardizzazione e all’omogeneizzazione dovuti alla globalizzazione.
Conosciuto per i suoi lavori di antropologia economica, Serge Latouche, sostiene il concetto dell’economico, riallacciandosi al concetto di “economia sostanziale”, cioè quell’insieme di attività produttive capaci di fornire i mezzi materiali per il soddisfare i bisogni delle persone.
La sua posizione è decisamente critica quindi, rispetto al concetto di sviluppo e alle tradizionali nozioni di razionalità ed efficacia economica, come pure del consumismo e della razionalità strumentale. Nelle sue argomentazioni indica come soluzione la liberazione da parte della società occidentale dalla sua connotazione economicista, per cui tutto viene riportato all’aspetto economico, ponendolo come valore di riferimento per tutte le attività e le strutture non solo produttive.
Altrettanto forte la sua avversione alla pretesa della civiltà occidentale-industrializzata di imporre al resto del mondo (nelle intenzioni e/o nei fatti) il proprio sistema di valori, di sviluppo e di struttura economico-finanziaria, valori che la cosiddetta “parte nord del mondo” considera adeguati per tutto il mondo.
Le critiche a Latouche si appuntano tra l’altro sul fatto che demonizzando così il concetto dell’universalismo, si scivola nel relativismo e nel particolarismo, sottolineando che, pur criticabile, la globalizzazione non è tutta da buttare. I critici del localismo fanno notare come proprio questo particolarismo, interpretato come l’esaltazione delle culture specifiche e locali ha non di rado provocato divisioni e lotte in nome di una ristretta, spesso anche egoistica, visione della propria identità.
Latouche risponde a queste accuse spiegando che invece è proprio all’universalismo, frutto dell’ideologia occidentale, di un occidente che di fatto (con la potenza economica o le guerre) ha sempre cercato di instaurare imperialismo culturale al resto del mondo. E infatti Latouche rivendica invece l’importanza di “...valorizzare l’aspirazione a un dialogo fra le culture, a una coesistenza delle culture. Per questo alla prospettiva dell’universalismo va opposto piuttosto un universalismo plurale, che consiste nel riconoscimento e nella coesistenza di una diversità, e nel dialogo fra queste diversità”.
In Italia la Teoria della Decrescita non ha avuto ancora un riconoscimento accademico (cattedre, corsi di laurea, master di specializzazione), ma non per questo il movimento non abbia i suoi rappresentati. Ad esempio Maurizio Pallante tra i fondatori, con Mario Palazzetti e Tullio Regge del “Comitato per l’uso razionale dell’energia” (CURE) nel 1988, svolgendo attività di ricerca e di saggistica nel campo del risparmio energetico e delle tecnologie ambientali. Anche Mauro Bonaiuti con il suo libro “Obiettivo Decrescita” e poi Andrea Masullo docente di Teoria dello Sviluppo Sostenibile all’Università di Camerino, responsabile dell’Unità Clima e Energia del WWF Italia e nel Consiglio Direttivo di ISES Italia – Sezione dell’International Solar Energy Society, autorevole esponente del movimento della decrescita che ha appunto in Serge Latouche uno dei suoi più rilevanti esponenti.
Per maggiori informazioni sugli argomenti trattati in questo articolo