• Articolo Milano, 19 luglio 2019
  • Batterie di flusso organiche, un premio all’innovazione energetica

  • C’è anche il lavoro dei ricercatori Aziz e Gordon, tra le migliori innovazioni energetiche selezionate dall’Eni Award 2019. A ottobre la premiazione

batterie di flusso organiche

 

Allo studio sulle batterie di flusso organico il premio “Frontiere dell’Energia”

(Rinnovabili.it) – Di lunga durata e rapida risposta, meno costose da produrre e più sicure da utilizzare: queste le qualità che contraddistinguono le batterie di flusso organiche, una delle ultime frontiere dello stoccaggio energetico. Non c’è da meravigliarsi dunque che gli ultimi progressi in questo campo si siano guadagnati il premio “Frontiere dell’Energia” agli Eni Award 2019, il riconoscimento assegnato annualmente alle migliori innovazioni in campo energetico.

 

A ritirarlo, il prossimo 10 ottobre durante la cerimonia al Palazzo del Quirinale, saranno Michael Aziz e Roy Gordon, due ricercatori di Harvard che lavorano dal 2014 sulle batterie di flusso organiche: in quasi cinque anni gli scienziati, assieme al loro team, sono riusciti a far compiere progressi importanti a questa tecnologia d’accumulo.

L’obiettivo della loro ricerca è stato fin da subito trovare un’alternativa sia alla tecnologia a ioni di litio che a quella di flusso a base di vanadio. Le loro batterie utilizzano molecole note come antrachinoni, che sono composte da elementi naturalmente abbondanti come carbonio, idrogeno e ossigeno, per immagazzinare e rilasciare energia.

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Ma la svolta è arrivata con la scoperta del “chinone di Matusalemme”, nuova molecola organica che sopravvive e supera i suoi predecessori nei cicli di carica e scarica, offrendo la possibilità di realizzare dispositivi di storage ad alte prestazioni e di lunga durata. Negli esperimenti di laboratorio, la molecola di Matusalemme ha mostrato fin da subito un tasso di dissolvenza inferiore allo 0,01 per cento al giorno e meno dello 0,001 per cento per ciclo di carica / scarica. Non solo: il nuovo chinone si è dimostrato altamente solubile, il che significa che può immagazzinare più energia in uno spazio più piccolo. Funzionando in un elettrolita alcalino debole, riduce il costo della batteria consentendo l’uso di materiali di contenimento e di separazione economici.

 

Il gruppo ha anche indagato a fondo i meccanismi alla base della degradazione delle molecole organiche scoprendo due soluzioni per ridurre il problema: evitare il sovraccarico del dispositivo ed esporre all’aria l’antrachinone durante la ricarica.In futuro – ha spiegato Aziz dopo l’ultima pubblicazione scientifica sul tema – lavoreremo per determinare quanto la combinazione di questi approcci possa prolungare la durata della batteria se li arrangiamo correttamente”.

 

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