• Articolo Viterbo, 13 dicembre 2012
  • Intervista al presidente di ITABIA, Vito Pignatelli

    Biogas, la più “verde” tra le FER?

  • Una tecnologia matura, con ampi margini di miglioramento che dal prossimo anno sarà regolata da un nuovo sistema incentivante, non più legato alle dimensioni, ma alla tecnologia e alla materia prima impiegata

Quali sono le opportunità delle agroenergie alla luce dei nuovi incentivi? E quali i criteri per garantire la sostenibilità ambientale degli impianti a biogas? Se ne è parlato questa mattina nel corso del convegno organizzato da Agroenergia “Biogas e sottoprodotti”, durante il quale gli esperti del settore si sono confrontati sui vantaggi e le problematiche di una tecnologia che, fra tutte quelle impiegate per la produzione di energia rinnovabile, è quella che probabilmente ha il maggior impatto sul sistema agricolo italiano, sia perché utilizza moltissime materie prime, soprattutto gli scarti e i residui degli allevamenti, delle colture e dell’agroindustria, e sia perché permette di realizzare impianti di piccole dimensioni che possono essere gestiti anche dalle aziende agricole.
Nonostante la si possa considerare una tecnologia matura, il biogas ha oggi ancora dei margini di miglioramento su cui è necessario lavorare. I processi attuali sono efficienti e funzionano con diversi tipi di materie prime, ma c’è un limite legato alla scarsa ottimizzazione della fermentazione, operazione cruciale per produrre il massimo possibile di metano e utilizzare al meglio la materia che viene immessa nell’impianto. Ne abbiamo parlato con il Presidente dell’Italian Biomass Association (ITABIA), Vito Pignatelli, anche lui tra gli intervenuti al convegno

 

“Non parlerei di inefficienze di sistema, ma ci sono margini per il miglioramento delle rese di questi processi e quindi dell’efficienza di conversione. Oltre all’impiego di materie prime facilmente degradabili, come il letame e i residui di frutta e verdura, esistono tantissimi residui agricoli, tipo la paglia, che non sono facilmente digeribili e non riescono quindi a essere convertiti facilmente in biogas se non con grandi difficoltà. Trovare sistemi che rendano digeribili questo tipo di residui è uno dei temi di studio su cui oggi si stanno concentrando i ricercatori; trovare una soluzione significa non solo ampliare la gamma di materie prime utilizzabili, ma anche impiegare materiali che trovano difficili utilizzazioni in altro senso e che a volte l’azienda deve smaltire con alti costi”.

 

Come tutte le fonti rinnovabili, anche il biogas ha bisogno di incentivi, ma con il vantaggio, rispetto ad altre fonti, di produrre elettricità in modo più economico ed evitando i costi per lo smaltimento di sottoprodotti quando sono residui non diversamente utilizzabili. Con l’inizio del nuovo anno, la situazione degli incentivi cambierà rispetto a quanto accaduto fino a oggi.

 

“A partire dal 2013 – ha spiegato Pignatelli – sul fronte degli incentivi ci sarà una novità: mentre prima l’incentivo era legato soltanto alla dimensione dell’impianto, e non alla tecnologia o alla materia prima impiegata, dal prossimo anno ci saranno incentivi fortemente articolati per tecnologia, per dimensione di impianto e per materia prima. Gli impianti più favoriti sono quelli più adatti, come dimensioni, a essere inseriti in un’azienda agricola (arrivano infatti fino a 600 kW), con lo stesso criterio con cui, a parità di dimensioni, gli impianti che utilizzano sottoprodotti ricevono una tariffa molto più alta di quelli che usano soltanto prodotti agricoli. Questo per evitare che produzioni agricole che potrebbero essere destinate all’alimentare o alla zootecnia vengano invece per motivi economici dirottate sull’uso energetico. E si tratta di una competizione che tutto il settore vorrebbe evitare”.

 

Il Presidente Pignatelli ci conferma che il nuovo sistema incentivante prevede anche l’erogazione di premi.

 

“Si tratta di bonus che andranno ad aggiungersi alla tariffa base, per esempio nel caso in cui si faccia cogenerazione ad alto rendimento, cioè sfruttando il calore che deriva dai generatori di trasformazione elettrica, oppure nel caso in cui si recuperi l’azoto che rimane nel digestato del processo per trasformarlo in fertilizzante. È chiaro che è necessario farci i conti con questo nuovo sistema, soprattutto per gli aggravi burocratici, ma l’esistenza di tariffe agevolate è uno stimolo ad adottare le tecnologie più virtuose e, da un punto di vista ambientale, più sostenibili”.

 

Particolare, poi, è anche lo sviluppo geografico che il biogas ha avuto in Italia, che vede il 90% circa degli impianti concentrati nel Settentrione. Il motivo di questa peculiare distribuzione risiede non solo nella tradizione, tipica del Nord Italia, ma anche in una maggiore organizzazione di filiera che ha il Nord rispetto al Sud, così come la diffusione della zootecnia e una migliore circolazione delle informazioni. Al Sud gli impianti si contano sulle dita di una mano: in tutto il Lazio ce ne sono solo 4 e la Campania, per esempio, come potenziale di residui zootecnici, sarebbe la terza regione d’Italia.

 

“Ma è il mix di fattori che fa decollare un settore ed è questa la differenza tra il Nord e il Sud d’Italia”, ha aggiunto Pignatelli.

 

Ci chiediamo, a questo punto, se esistano delle problematiche particolari da tenere sotto controllo per evitare nocivi impatti ambientali sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

 

Una problematica c’è e può essere legata alla presenza di microorganismi patogeni nel digestato, un problema ridotto perché in condizioni normali la digestione anaerobica è tale da non permettere la formazione di patogeni, cosa che invece succede nel caso in cui si usi il letame tal quale. Aggiungo inoltre che, guardando la letteratura in materia e le esperienze che ormai da molti anni abbiamo vissuto in Italia, in tanti anni non c’è mai stato un solo problema di carattere sanitario o di inquinamento ambientale”.

 

Per Pignatelli, sono ben altre le tecnologie in grado di creare rischi e problemi ambientali.