• Articolo Roma, 30 marzo 2012
  • Italia: obiettivo green economy

  • Dalla recessione alla riconversione green, il nostro Paese sta attraversando un delicato momento nel rilancio di sistema della sua economia. Ne abbiamo parlato con Edo Ronchi

Organizziamo insieme gli stati generali della green economy” – con queste parole il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, durante un recente meeting organizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha espresso la sua intenzione di “fare sistema” per un rilancio massiccio dell’economia verde in Italia che, soprattutto negli ultimi anni, ha fatto registrare un andamento in continua crescita producendo un “fatturato” superiore del 35% a tutto il resto d’Europa. Dal fotovoltaico all’eolico, passando per i biocarburanti, la geotermia e il riciclaggio dei rifiuti, la green economy rappresenta forse, l’unica reale opportunità, per il nostro Paese, di creare nuova occupazione e rilanciare contemporaneamente un modello di produzione alternativo, sensibile ai temi della sostenibilità e della compatibilità ambientale. Partendo da questo scenario, abbiamo intervistato Edo Ronchi, ex Ministro dell’Ambiente e promotore del prima legge quadro italiana sulla regolamentazione del settore rifiuti (decreto Ronchi) e dal 2008, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, dove imprese ed esperti collaborano per la crescita della green economy in Italia.

Matteo Ludovisi: Dott. Ronchi, recentemente il Ministro Clini l’ha invitata a promuovere gli ‘Stati generali della green economy’ in Italia. I tempi sono davvero così maturi per un rilancio “di sistema” dell’economia verde nel nostro paese?

Edo Ronchi: Intanto diciamo che al livello globale, il tema del rilancio della green economy, ossia la conversione dell’attuale economia verso un sistema produttivo verde e sostenibile, sarà un tema centrale nel Summit Rio+20 di giugno. C’è inoltre un orientamento generale in Ue che si sta organizzando proprio verso una direzione “comune” di green economy europea. Sulla base di queste spinte innovative, anche l’Italia dovrebbe quindi muoversi con maggiore sintonia verso un’economia europea e globale in chiave “green”. Relativamente al discorso dei “tempi maturi” in Italia, bisogna riconoscere che ci sono ancora diversi problemi da risolvere e proprio per questo è necessario identificare e supportare velocemente i potenziali meccanismi “di spinta” della nostra green economy, da un lato individuando tutti i possibili ostacoli che frenino il loro sviluppo e dall’altro proponendo eventuali azioni e misure strategiche da suggerire ai decisori politici a tutti i livelli.

ML: Secondo lei, quali aspetti dovrebbero essere “rivisti” nel prossimo Quinto Conto Energia per un decollo organico dell’industria verde in Italia?

ER: Partiamo innanzitutto da una premessa: le energie rinnovabili sono in tutto il mondo uno (e non l’unico) dei pilastri importanti della green economy. C’è senz’altro da riconoscere che l’Italia, in questi ultimi anni, ha ottenuto dei risultati significativi per quanto riguarda lo sviluppo delle FER nel nostro Paese. Basti pensare, ad esempio, che l’anno scorso siamo diventati il primo mercato mondiale per il fotovoltaico, superando la Germania, con 9000 MW installati, di gran lunga superiori alle aspettative che davano il dato a metà e alle prime stime di dicembre 2011 che ci davano a 6,9 GW e al secondo gradino della classifica.

Detto questo, alcuni ritengono che il problema italiano delle rinnovabili risieda in un sistema incentivante troppo generoso che avrebbe eccessive ricadute sulle bollette elettriche, anche perché, con il boom del FV dell’anno scorso, sarebbe stato raggiunto (più o meno) il “tetto” dei 6 miliardi e mezzo previsto dal Quarto Conto Energia per il solare fotovoltaico e per quello a concentrazione. Da qui, le “voci” che girano in questi giorni sulla preparazione di un presunto Quinto Conto Energia che riveda tutto il sistema di incentivazione del solare fotovoltaico. Ad ogni modo, non c’è ancora nulla di ufficiale su questo aspetto, almeno che io sappia, è appena partito il Quarto, mi sembra un po’ strano che si cominci già a parlare di un successivo Conto Energia. Credo comunque, che la linea politico-economica di questo Governo, che personalmente condivido, sia quella di portare i prossimi incentivi un po’ più verso la copertura fiscale e non più esclusivamente sulle tariffe elettriche, visto che si tratta di una misura che già esiste in altri Paesi e che dovrà necessariamente essere presa in considerazione anche per l’Italia. A mio avviso questa potrebbe essere una soluzione adeguata, da inserire nel prossimo Conto Energia, tenendo però sempre presente che siamo ancora in una fase (non eccessivamente lunga per fortuna) di difficile previsione: c’è infatti un’«attesa» per il raggiungimento della grid parity e proprio per questo bisognerà mantenere un sistema di incentivazione adeguato se vogliamo che le rinnovabili e la fonte solare continuino ad essere utilizzate.

ML: Nel “Manifesto per un futuro sostenibile dell’Italia”, si parla di come il nostro Paese possa ancora “collocarsi fra i leader mondiali delle energie rinnovabili”. Cosa manca all’Italia per raggiungere questo obiettivo?

ER: Quando è stato presentato il Manifesto, alla vigilia del governo Monti, uno degli intenti principali era quello di sollecitare il nuovo Esecutivo verso una direzione “green”. Non si sapevano ancora i dati sul solare in Italia, che poi hanno confermato che il nostro Paese è stato leader mondiale del solare nel 2011. Questo dato tra l’altro, evidenzia che l’Italia, gode già di una posizione privilegiata nel mondo delle rinnovabili (almeno per quanto riguarda il settore fotovoltaico). L’Italia deve quindi continuare a puntare sulle principali energie alternative che già possiede: sole, vento, geotermia a bassa e media entalpia, biomasse e soprattutto rifiuti. Siamo inoltre in possesso di capacità tecniche e tecnologiche discrete, (grazie ad un’industria manifatturiera di piccole e medie imprese ancora robusta), ed abbiamo un comparto di ricerca che, pur non raggiungendo sempre l’eccellenza, è però ancora abbastanza presente (e di alto livello) in alcuni settori delle rinnovabili. Quindi in realtà, le condizioni per essere leader mondiali nel campo delle FER, già ci sono tutte, occorre solo potenziarle con i giusti interventi strategici.

ML: In che modo la raccolta differenziata può diventare concretamente un settore competitivo della green economy?

ER: Credo che la raccolta differenziata sia già fortemente competitiva, al livello di green economy: noi come Fondazione Sviluppo Sostenibile pubblichiamo ogni anno un rapporto intitolato “L’Italia del Riciclo” dove vengono forniti dei dati interessanti sulla produttività del settore industriale nell’ambito del riciclo dei rifiuti. Ad esempio, siamo intorno ai 3 milioni di tonnellate annue di carta avviata al “recupero”, siamo tra i principali rottamatori e riutilizzatori dei rottami ferrosi, e ricicliamo diversi milioni di tonnellate di vetro, alluminio e pannelli truciolati di legno. Pertanto c’è già un ciclo industriale ben avviato che, da un lato, risente certamente della crisi e della recessione, ma che dall’altro è molto vivace dinamico ed “esportatore” (ogni anno esportiamo un milione di tonnellate di carta da macero riciclata). Tutto questo sistema, è ovviamente supportato grazie alle raccolte differenziate, di rifiuti urbani e non solo.

Potremmo sicuramente fare di più e meglio, questo è vero. Soprattutto in alcune zone del Centro e in parecchie zone del Mezzogiorno, dove sono bassi sia i livelli di raccolta differenziata, sia i livelli dell’avvio al riciclo dei materiali. Ad esempio, l’Italia ha già raggiunto degli ottimi risultati per quanto riguarda la frazione umida dei rifiuti: tre milioni di “scarti” vengono impiegati ogni anno per la produzione di compost, preceduto dal recupero di biogas utilizzato per la produzione di elettricità (da fonte rinnovabile). Se invece di tre milioni raddoppiassimo questa cifra, e questa possibilità c’è, potremmo implementare il “ciclo virtuoso” di questo processo in molte zone del Centro e del Sud Italia dove ancora non si fa la raccolta separata della frazione umida.