• Articolo Roma, 20 ottobre 2011
  • Camminata energetica

  • Dalla creatività di studenti di un liceo di Montecatini Terme è nata un’idea avvincente: realizzare delle scarpe che producono energia

Svogliati, chiusi in un mondo tutto loro, sempre intenti a battere improbabili record di velocità di scrittura sul telefonino… Ammettiamolo, i giovani li vediamo un po’ tutti così. Poi capita di lavorarci insieme, e ci si  rende conto che non è proprio vero, i ragazzini che hai immaginato sono a tutti gli effetti giovani uomini, con idee molto precise, e la volontà di realizzarle. O giovani donne, come mi è capitato di incontrare l’anno scorso per la realizzazione di “Hermes”, la scarpa a recupero energetico. In realtà per me, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche con una certa attenzione per la divulgazione scientifica e la didattica, non è stata poi una sorpresa così grande. Il CNR, tra le sue mille contraddizioni, ha una grande forza: la sua rete di oltre 100 Istituti, fortemente radicati sul territorio. Questo vuol dire la possibilità di avere contatti istituzionali con le Imprese, con gli Enti locali e, naturalmente, se si vuole, con la Scuola.I rapporti tra Scuola e Ricerca non sono mai stati facili; la Scuola è un investimento in Cultura, e con la Cultura non si mangia, come ha sciaguratamente dichiarato, pochi mesi fa, un ministro della nostra Repubblica. La Scuola guarda a un futuro che non coincide con la chiusura dei bilanci annuali. La Scuola, quando funziona, dà i suoi profitti in una valuta che non si misura in Euro o in Dollari. Ora, prendiamo le tre frasi precedenti, sostituiamo la parola ‘Scuola’ con la parola ‘Ricerca’, e notiamo come il discorso sia assolutamente identico. Scuola e Ricerca sono aspetti diversi di una stessa speranza nel futuro, senza la quale ogni società civile è destinata, inevitabilmente, al fallimento.

Sono sicuro che proprio questa considerazione, questo parallelo tra due realtà distinte ma mai legate così indissolubilmente come in questi momenti di profonda crisi – crisi morale e culturale, prima che economica – ha spinto i miei colleghi dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (CNR-IRPPS) a ‘inventarsi’ il concorso InvFactor, per la valorizzazione della creatività giovanile nel settore scientifico e tecnologico. Quando l’anno scorso sono stato informato di questa iniziativa, non feci dunque altro che proporla a tutte le Scuole del territorio con le quali avevamo avuto occasione, negli anni, di collaborare. Dopo pochi giorni, mi vengono a trovare quattro ragazze del Liceo Scientifico “Coluccio Salutati” di Montecatini Terme: “Buongiorno Professore… Avremmo un’idea…”. L’idea era quella di realizzare una scarpa che potesse recuperare parte dell’energia del movimento e accumularla in una batteria per ricaricare il telefonino o il lettore MP3, mentre si passeggia in città o si fa jogging. Tutto molto semplice da raccontare ma, come quasi sempre in questi casi, non banale da realizzare. Che tipo di soluzione avremmo dovuto scegliere, per convertire l’energia cinetica del movimento in energia elettrica? E come integrare questo sistema all’interno della scarpa? E, soprattutto, come riuscire a fare tutto questo in tre mesi, cioè nel tempo previsto dal bando di Concorso di InvFactor per passare dall’idea alla realizzazione del prototipo? Per la realizzazione materiale della scarpa, le ragazze erano abbastanza tranquille. Monsummano Terme, a due passi da Montecatini, è uno dei maggiori centri calzaturieri del nostro Paese. Un grande calzaturificio della zona aveva dato la propria disponibilità a partecipare al progetto, disegnando addirittura una scarpa speciale per alloggiare il convertitore meccano/elettrico. Ottimo… Ma ecco scattare il panico. Già dalla prima occhiata al progetto, ci siamo resi conto di avere a disposizione solamente pochi centimetri cubici per sistemare, all’interno del tacco, il generatore di energia elettrica. E i vincoli, definiti chiaramente dal titolare del calzaturificio, il sig. Claudio Bartoli, erano molto stringenti: niente parti esterne in movimento, nessuna possibilità di aumentare le dimensioni di tacco e suola, necessità di mantenere il rumore al minimo. “Altrimenti, nessuno la comprerebbe, questa scarpa…”

Benissimo. Lavoravamo già da un mese ad un sistema a dinamo, da inserire in un tacco mobile. Si butta via tutto e si ricomincia… E’ anche in queste occasioni che la rete di contatti del CNR mostra le sue potenzialità: da anni il mio Istituto collabora con una piccola ditta locale, la Marwan Technology s.r.l., per la realizzazione di strumentazione laser per l’analisi di materiali, la diagnostica ambientale, la bio-medicina e i Beni Culturali. Un rapido consulto con i colleghi della Marwan ci convince che l’unica soluzione compatibile con i vincoli che ci erano stati posti sarebbe stata quella di realizzare il convertitore meccano/elettrico con un sistema di magnetini mobili all’interno di un piccolo solenoide. Da lì, il resto è storia (Ok, diciamo cronaca…): dopo aver superato la selezione iniziale, arriviamo a Roma per la giornata finale del concorso. La “leading inventor”, Irene Chirico, presenta la scarpa – battezzata “Hermes” in onore del dio greco con le ali ai piedi – davanti al Presidente del CNR e alla commissione di valutazione. Torniamo a casa col premio speciale della giuria per la creatività femminile. Poi c’è l’invito per la Notte dei Ricercatori, sempre a Roma, una presentazione dell’invenzione al Festival della Scienza di Genova, un certo interesse anche da parte dei media e, ultimoimportante riconoscimento, il conferimento a Irene del titolo di “Alfiere della Repubblica” da parte del Presidente Napolitano.

Tutto bene, quindi? Sì e no. Sicuramente sì per l’esperienza, indimenticabile, di quattro ragazze – e della loro insegnante, la Prof. Foti – che hanno visto nel giro di poche settimanerealizzata una loro idea, per la quale hanno ricevuto riconoscimento e attenzione.

Quello che non va bene, è che proprio il successo di questa iniziativa si porti appresso un grosso rischio: quello di pensare che sia effettivamente facile fare innovazione nel nostro Paese, e che questa innovazione – soprattutto nel campo energetico – si possa basare su un’idea, per quanto brillante, di un gruppo di studentesse di Liceo, sviluppata – a costo zero – in tre mesi. I comportamenti individuali sono importanti, nel settore dell’energia. Dobbiamo educare i nostri figli al rispetto dell’ambiente e al consumo consapevole delle risorse. Da questo punto di vista, spegnere le luci della propria cameretta, non consumare inutilmente l’acqua, così come indossare scarpe che ricaricano ‘a impatto zero’ cellulari e lettori MP3, sono tutti comportamenti che indicano una sensibilità al problema e come tali vanno incoraggiati. Però la politica dell’energia è un’altra cosa, e va fatta a livello globale. Insomma, non si può dare la colpa della crisi energetica alla lucina di stand-by dei nostri elettrodomestici, quando la fabbrica che abbiamo dietro casa spreca un miliardo di volte tanta energia, enessuno va a chiedergliene conto. Più in generale, questa sensibilità e questa creatività che andiamo a premiare nei giovani, poi deve essere coltivata nella Scuola, e di seguito nel mondo del Lavoro.

Purtroppo, mi sembra che – InvFactor o no – come paese siamo ancora molto lontani da questo obiettivo.

 

Vincenzo Palleschi è un Fisico, Ricercatore dell’Istituto di Chimica dei Composti Organometallici del CNR di Pisa. Sviluppa sistemi laser per i Materiali, l’Ambiente, la Bio-Medicina e i Beni Culturali