• Articolo Londra, 11 giugno 2012
  • Uk: rinnovabili e nucleare nel futuro energetico

  • Il Segretario per l’Energia ha presentato l’Energy Bill, la più radicale riforma del mercato elettrico nazionale dalle privatizzazioni del governo Thatcher nel 1990

Soddisfare l’aumento della domanda nazionale di energia elettrica, moderare gli aumenti in bolletta e rispettare gli obiettivi domestici di riduzione di emissioni di gas inquinanti. Sono questi i tre obiettivi che hanno guidato il governo britannico nella redazione della proposta di riforma del mercato elettrico (Energy Bill), presentata dal Segretario per l’Energia Ed Davey pochi giorni fa ed ora al vaglio dell’assemblea parlamentare. Si tratta di un provvedimento radicale ed ambizioso, la più grande riorganizzazione del settore elettrico dai tempi della privatizzazione del mercato voluta dal governo conservatore di Margaret Thatcher nel 1990. Tramite la nuova Energy Bill, il governo Cameron intende introdurre una serie di misure per indirizzare risorse ed investimenti privati verso lo sviluppo di energie rinnovabili, impianti nucleari e sistemi di cattura e stoccaggio (CCS), nella consapevolezza che le sole forze di mercato, se lasciate a se stesse, non sarebbero probabilmente in grado di produrre il mix energetico di cui il paese necessita nei prossimi decenni. La scelta di includere il nucleare ha generato le prevedibili reazioni, ma non è l’unico elemento della riforma soggetto a critiche.

Il Dipartimento per l’Energia stima che la Gran Bretagna abbia bisogno di investimenti pari a 110 miliardi di sterline da qui al 2020 per rinnovare il sistema elettrico nazionale (75 miliardi per gli impianti di produzione, 35 a favore delle infrastrutture), considerando che un quinto delle centrali attualmente operanti andrà in pensione entro la fine del decennio. Il governo prevede una crescita sostanziale del consumo di energia elettrica e ritiene che senza le misure previste nella Energy Bill gli aumenti in bolletta sarebbero più elevati del 4% nel 2030. Energie rinnovabili ed impianti nucleari andranno a costituire le due fonti primarie di approvvigionamento domestico, mentre il gas, grazie alla sua flessibilità, verrà utilizzato come risorsa strategica di transizione e supporto. Le centrali alimentate da combustibili fossili dovranno col tempo dotarsi di sistemi di cattura e stoccaggio d anidride carbonica.

La proposta di riforma prevede quattro misure principali:

– prezzi garantiti per l’acquisto dell’energia prodotta (i cosiddetti “Contract for difference”), variabili a seconda della tecnologia e definiti in sede amministrativa;

– un sistema di regolazione per far fronte alla variabilità di domanda e offerta (“Capacity mechanism”);

– l’introduzione di un prezzo minimo per l’acquisto e vendita dei permessi di anidride carbonica (il “Carbon floor price” del valore di 16 sterline nel 2013 con aumenti scaglionati negli anni);

– uno standard di emissioni per i nuovi impianti pari ad un massimo di 450g di CO2 ogni kWh, una soglia che di fatto bandisce la realizzazione di centrali a carbone senza sistema di cattura e stoccaggio.

I Contracts for Difference (CfD) rappresentano la misura più controversa, soprattutto per il supporto concesso all’industria nucleare. Con lo scopo di attirare risorse nei settori che richiedono grossi investimenti iniziali, quali gli impianti di energia rinnovabile ed in misura maggiore le centrali nucleari, il governo intende istituire una tariffa d’acquisto garantita dell’energia prodotta. Se il prezzo di mercato durante il periodo di riferimento risulta più basso del valore del CfD, il produttore viene compensato della differenza. Nel caso opposto, quando il prezzo di mercato supera il CfD, il produttore restituisce la differenza. Il sistema assicura così un introito costante con il quale ripagare il capitale investito. Il Segretario per l’Energia ha negato di voler introdurre per vie traverse un sussidio all’industria nucleare, sottolineando come il supporto tariffario si estenda a tutti i settori senza distinzione. Una spiegazione che è apparsa tuttavia poco convincente. L’ammontare dei CfD verrà inoltre determinato a partire dall’anno prossimo tramite consultazioni con le imprese di categoria, ed è diffuso il timore che l’industria nucleare, insieme ai maggiori produttori nazionali di energia elettrica (le “big six”), possa esercitare un’influenza eccessiva durante la fase decisionale, a danno della concorrenza complessiva ed in ultima istanza dei consumatori.

Le associazioni ambientaliste hanno inoltre sollevato dubbi sull’impegno del governo di ridurre la produzione di anidride carbonica in linea con gli obiettivi nazionali, attualmente tra i più ambiziosi su scala globale (un taglio del 50% entro il 2027 sui livelli del 1990 e dell’80% nel 2050). L’Energy Bill rimanderebbe ad un futuro imprecisato la “decarbonizzazione” del settore elettrico che secondo la Commette of Climate Change, organo indipendente per la valutazione delle politiche ambientali, dovrebbe avvenire entro il 2030.

Quella parte del mondo imprenditoriale che si aspettava dettagli più concreti sulle modalità di implementazione della riforma e sull’ammontare del supporto statale è rimasta piuttosto delusa. L’Energy Bill si è limitata a dipingere un quadro generale, rimandando l’approvazione dei provvedimenti attuativi ai prossimi due anni. I Contracts for difference, per esempio, non entreranno in vigore prima del 2014 e gli investimenti di cui il paese ha assoluto bisogno rischiano di essere dilazionati ulteriormente nel tempo.

In linea generale, la riforma garantisce al governo un ampio margine di discrezionalità e coordinamento, almeno nel breve-medio periodo. Anche se il Segretario per l’Energia si è ben guardato dal chiamarla politica industriale, l’ampiezza dell’intervento pubblico contribuisce ad una trasformazione del rapporto tra Stato e mercato nel settore elettrico tra le più radicali dai tempi delle privatizzazioni del 1990. La struttura attuale non è infatti giudicata capace di allocare le risorse in maniera efficiente, secondo il doppio obiettivo della sicurezza energetica nazionale e della diminuzione delle emissioni di gas inquinanti. Il governo ha garantito di ridurre l’ingerenza statale man mano che le varie tecnologie saranno in grado di concorrere ad armi pari, supportate da un mercato maturo dei crediti ambientali. Le tariffe elettriche dovranno in futuro essere proporzionali alla quantità di anidride carbonica rilasciata durante la produzione.

La stampa di orientamento più liberista, tra cui l’Economist ed  il Financial Times, ha espresso enorme disappunto per i poteri attribuiti al settore pubblico. Sarebbe stato  più opportuno limitarsi ad un rafforzamento del sistema di acquisto e vendita della CO2, lasciando che le decisioni di investimento degli operatori privati siano condizionate primariamente dai segnali del mercato. Di tutt’altro tenore  è il parere dei commentatori di stampo progressista. Terry Macalister del the Guardian ha ventilato la possibilità di reintrodurre conglomerati nazionali a partecipazione statale, i soli in grado di supportare i costi della nuova sfida energetica, seppellendo una volta per tutte la politica delle privatizzazioni avviata dal governo conservatore della Thatcher tre decenni or sono.