• Articolo Roma, 9 marzo 2018
  • Fusione nucleare: ENI e il MIT insieme per realizzare una centrale in 15 anni

  • Firmato l’accordo da 50 milioni di dollari. L’idea è quella di utilizzare una nuova classe di superconduttori ad alta temperatura per creare un reattore a confinamento magnetico

fusione nucleare

Il sogno della centrale elettrica a fusione nucleare dimezza i tempi

(Rinnovabili.it) – La prima centrale elettrica basata sulla fusione nucleare potrebbe entrare in funzione fra 15 anni. Per lo meno questa è l’ambizione di Commonwealth Fusion Systems (CFS), spinoff del celebre MIT di Boston, negli Stati Uniti. Per centrare l’obiettivo, CFS ha firmato un accordo con Eni per la cessione di una quota del capitale societario a fronte di un investimento di 50 milioni di dollari. “L’aspirazione è di avere una centrale elettrica funzionante in tempo per combattere il cambiamento climatico – ha commentato Bob Mumgaard, CEO della società statunitense – Abbiamo la scienza, la velocità e la portata per mettere in rete l’energia della fusione nucleare, priva di CO2, in 15 anni”.

 

Al centro del progetto Eni-CFS c’è la scommessa su una nuova classe di superconduttori ad alta temperatura per realizzare un reattore più semplice, piccolo ed economico di quelli studiati sino a oggi. L’iniziativa getta il guanto di sfida principalmente all’ITER, il progetto di reattore a fusione termonucleare oggi più avanzato, nel cui ricco consorzio di partner rientra anche l’Italia attraverso l’Enea.

 

La fusione nucleare è il processo che alimenta il sole e le stelle: coinvolge elementi leggeri, come l’idrogeno, che si ‘comprimono’ fra loro per formare elementi più pesanti, come l’elio, rilasciando grandi quantità di energia. Il problema principale di questa tecnologia è rappresentata dalla forma di innesco e controllo del processo stesso. Attualmente sono due le modalità in fase di sperimentazione nei grandi laboratori di fisica: il confinamento inerziale e il confinamento magnetico. Il primo riscalda e comprime il combustibile tramite, ad esempio, grandi laser (ma l’energia prodotta è ancora minore o uguale a quella dell’innesco), il secondo si avvale di magneti per isolare il plasma in fusione, una sorta di zuppa gassosa fatta di particelle subatomiche.

Il progetto Eni-CFS punta alla seconda strada. Il piano prevede una prima fase per sviluppare magneti superconduttori, una seconda per la realizzazione del reattore prototipale e una terza dedicata alla centrale nucleare vera e propria.

 

>>Leggi anche Superconduttività, da Barcellona la svolta che rivoluzionerà le rinnovabili<<

 

La svolta tecnica è rappresentata da nuovo materiale superconduttore – un nastro di acciaio rivestito con un composto chiamato ossido di ittrio-bario-rame o YBCO – che ha permesso agli scienziati di produrre magneti più piccoli e potenti. Questo fattore riduce potenzialmente la quantità di energia che deve essere spesa per innescare la reazione di fusione. “Più alto è il campo magnetico, maggiore sarà la compattazione del carburante”, spiegano gli scienziati. Eni ha anche firmato un accordo con il Mit finalizzato allo svolgimento di programmi di ricerca congiunti sulla fisica del plasma, le tecnologie dei reattori a fusione e quelle degli elettromagneti di nuova generazione.

2 Commenti

  1. Nike
    Posted luglio 4, 2018 at 11:38 pm

    complimenti, viva la scienza,☝️✌️✌️

  2. mauri
    Posted luglio 6, 2018 at 12:35 pm

    Non vorrei essere nei panni di quel tale che firma per il piano anti incendio e evacuazione….basta un temporale vicino alla centrale per compromettere il campo magnetico che tiene al sicuro il plasma…l’ultima cosa che vorrei vedere e’ una fuoriuscita di plasma a quelle temperature nella nostra atmosfera….

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