• Articolo Plymouth , 5 dicembre 2012
  • Una ricerca del Marine Institute di Plymouth

    Eolico offshore e ripopolamento dei mari? Connubio perfetto

  • Ripopolare i mari costruendo parchi eolici offshore potrebbe essere la soluzione per i ricercatori del Marine Institute, certi che i rotori proteggano i pesci dalla pesca intensiva

(Rinnovabili.it) – Non è la prima volta che gli scienziati si concentrano sul rapporto tra impianti eolici offshore e fauna marina. Nell’aprile scorso i rilevamenti effettuati in Danimarca nei pressi dell’impianto Horns Rev 1 hanno dimostrato in 7 anni un aumento sostanziale della biodiversità marina nell’area dove sono posizionati i rotori.

A ribadire il concetto rafforzandone le conclusioni il recente studio del Marine Institute della Plymouth University, che ha scoperto come le centrali eoliche offrano spesso un habitat ideale per le specie di pesci che solitamente sono vittime della pesca a strascico, che tra i pilastri hanno trovato un sicuro rifugio dove le reti dei pescatori non possono raggiungerli.

Pochi problemi anche per gli uccelli che, volando bassi sul livello del mare in cerca di cibo, solitamente non si scontrano con le lame dei rotori. Per questo lo studio evidenzia l’importanza di aumentare il numero dei parchi eolici in mare per favorire il ripopolamento di alcune specie stimolando così il ripristino degli equilibri marini e aumentando la produzione di alimentare.

 

“E’ necessario realizzare rapidamente numerosi impianti che sfruttino le energie rinnovabili in mare per ridurre le emissioni di carbonio derivanti dalla combustione di combustibili fossili, che stanno portando all’acidificazione degli oceani, al riscaldamento globale e all’inasprirsi delle conseguenze dei cambiamenti climatici”, si legge nello studio pubblicato, dove si dà spazio al cambiamento, unico metodo per ottenere il ristabilirsi degli ecosistemi danneggiati.

“E’ chiaro che l’ambiente marino è già danneggiato dagli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, ma non è troppo tardi per fare la differenza e per evitare impatti più estremi”, conclude lo studio.