• Articolo Bruxelles, 6 settembre 2012
  • Accolta la richiesta dell’associazione Eu ProSun

    Fotovoltaico: Bruxelles indaga sull’export cinese

  • La Commissione Europea apre la procedura d’indagine sulle presunte pratiche di dumping. Pechino: “profondo rammarico per la decisione”

(Rinnovabili.it) – A nulla è valsa l’intermediazione della cancelliera Merkel, né le minacce, più o meno esplicite, pronunciate dalla Cina. La Commissione europea ha annunciato questa mattina che indagherà sulle presunte pratiche di dumping messe in atto da Pechino sulla produzione interna di moduli fotovoltaici. Come già successo negli Stati Uniti, l’inchiesta segue una denuncia presentata da un gruppo di società europee solare, guidate da SolarWorld, che a luglio hanno presentato un reclamo per ottenere dazi sull’export “made in China”, nella speranza di replicare quanto ottenuto dall’industria pv americana.

Secondo l’associazione Eu ProSun, la coalizione composta da 20 grandi compagnie europee attive nel settore, “Le compagnie cinesi hanno conquistato più dell’80% del mercato dell’Unione Europea per prodotti solari partendo virtualmente da zero pochi anni fa. I produttori dell’Unione Europea possiedono le migliori tecnologie solari del mondo ma vengono battuti nel proprio mercato per via dell’esportazione sottocosto illegale dei prodotti solari cinesi sotto il loro costo di produzione”.

La verità è che il mercato asiatico spaventa – solo nel 2011 la Cina ha venduto circa 21 miliardi di euro in pannelli e componenti solari all’Unione europea nel 2011 – tanto da far propendere verso nuove politiche protezionistiche anche paesi che hanno già inseriti nei loro Feed-in –tariff premialità per moduli e componenti fabbricati nella Comunità europea. Senza contare che, complice ovviamente l’attuale crisi economica finanziaria, l’industria del Vecchio Continente conta già le prime vittime di questo mercato sempre più competitivo come dimostra il colosso tedesco Q-Cells, costretto a cedere le proprie attività al gruppo sudcoreano Hanwha, che rileva così 1.250 dipendenti su un totale di circa 1.550 e la maggior parte del Gruppo.

E mentre Bruxelles studia il caso per capire se il sotto costo cinese stia davvero danneggiando l’industria europea, la risposta della Repubblica Popolare non si fa attendere. “La Cina esprime profondo rammarico per la decisione”, ha commentato il portavoce del Ministero del Commercio Shen Danyang. “Le limitazioni ai prodotti solari della Cina non solo ledono gli interessi della nostra industria quanto di quella europea, ma possono anche distruggere il sano sviluppo del settore globale dell’energia solare”. Shen ha esortato l’Unione europea a “prendere seriamente in considerazione la posizione della Cina e le proposte, e di risolvere l’attrito sul commercio pannello solare attraverso consultazioni e la cooperazione”.

DUE FAZIONI INCONCILIABILI La notizia ha fatto piacere a molti e soprattutto a Milan Nitzschke, Presidente di EU ProSun, ha dichiarato: “La Commissione Europea ha compiuto oggi un grande passo verso la salvaguardia del settore delle tecnologie sostenibili e di una base produttiva più ampia in Europa. Le compagnie cinesi stanno esportando prodotti solari sottocosto in Europa, con un margine di dumping compreso tra il 60% e l’80% che le porta a registrare perdite importanti pur senza finire in bancarotta perché finanziate dallo Stato”. Pratiche sleali di concorrenza a giudizio di Nitzschke  che hanno condotto oltre 20 importanti produttori europei al fallimento nel corso del 2012.

Di tutto altro parere l’Alleanza per un’Energia Solare Accessibile (AFASE) che ha chiesto oggi alla Commissione europea di opporsi a scelte protezionistiche “Il libero scambio è stato uno dei fattori che ha consentito all’industria fotovoltaica europea di svilupparsi rapidamente. In un momento in cui i governi europei stanno riducendo gli incentivi per l’energia solare, eventuali barriere commerciali potrebbero far aumentare i costi e danneggiare irrimediabilmente la competitività di questa fonte di energia”, afferma Thorsten Preugschas, CEO dell’azienda tedesca Soventix ed affiliato ad AFASE. “Di conseguenza, chiediamo alla Commissione Europea di considerare i gravi danni che eventuali dazi causerebbero all’intera industria europea del solare”.