• Articolo Roma, 2 gennaio 2012
  • La prima volta

  • L’età dell’innocenza, per le rinnovabili, è finita. Con i problemi che il loro successo ha creato, occorre oggi fare i conti

Per la prima volta, da anni, dal mondo delle rinnovabili non arrivano soltanto bollettini di vittorie.

In parte si tratta di business as usual. Quando un comparto produttivo cresce ai ritmi del fotovoltaico, fioriscono cento fiori, ma non tutti riescono a sopravvivere. Siamo entrati in una fase di sovraccapacità produttiva –un bene, perché i prezzi scendono e ci avviciniamo più rapidamente alla competitività – ma inevitabilmente ne scaturisce una spinta al consolidamento del settore, eufemismo che sottintende anche fallimenti e marginalizzazioni. Questo, soprattutto in Europa e in USA, perché ai produttori cinesi, per effetto delle recenti scelte strategiche del governo di Pechino (introduzione di tariffe feed-in), si sta aprendo un mercato immenso, qual è quello domestico. Anche per loro, però, complessivamente il 2011 si chiude con cali del fatturato e/o degli utili.

Per quanto concerne in particolare l’Europa, non può essere sottaciuto il peso aggiuntivo prodotto da una crisi economico-finanziaria, della quale è arduo prevedere l’evoluzione, ma, soprattutto, i tempi del suo superamento. Come confermano le proposte avanzate e i provvedimenti presi negli ultimi tempi dai governi europei, la preoccupazione dominante fa mettere fra parentesi, quando addirittura non porta a sacrificare obiettivi di più ampio respiro.

Più concretamente, si avvertono segnali inquietanti su lussi – gli incentivi alle rinnovabili – che in una situazione di crisi non possiamo permetterci, perché la crescita di tali oneri sta mettendo a repentaglio il futuro di importanti settori industriali. O, in modo più sottile, si parla di sacrifici che tutti sono oggi chiamati a fare.

In Italia la situazione è resa più difficile dalla concomitanza di tre fattori.

Innanzi tutto, una parte non piccola del mondo politico ed economico non ha ancora “digerito” le rinnovabili, viste come una “imposizione” dell’Europa e un “onere” che comunque – crisi o non crisi – non ci possiamo permettere.

Posizioni facilitate da un’anomalia tipicamente italiana, l’eccesiva sovraccapacità produttiva, provocata dall’eccessivo numero di cicli combinati messi in esercizio e resa più grave dalla generazione con fonti rinnovabili, che progressivamente erode spazi sul mercato elettrico in termini non solo quantitativi, ma anche qualitativi (il fotovoltaico questi spazi li occupa nelle ore di domanda elevata, quando il prezzo del kWh è più alto).

In terzo luogo, una parte significativa dell’industria italiana è costituita da aziende energy intensive, più di altre preoccupate dall’aumento degli oneri in bolletta dovuto alla rapida crescita delle rinnovabili.

In tutti questi casi si tratta di problemi reali, che creano rischi concreti al settore delle rinnovabili. Ignorarli o limitarsi a esorcizzarli, non giova a nessuno. L’età dell’innocenza, per le rinnovabili, è finita. Con i problemi che il loro successo ha creato, occorre fare i conti. Con proposte credibili, cioè capaci di tenere conto anche degli interessi degli altri.