• Articolo Roma, 10 ottobre 2011
  • Geopolitica delle rinnovabili

  • Dopo il collasso dell’intero sistema geopolitico mondiale occorre un cambio della strategia delle imprese occidentali che operano nel settore del solare e delle altre tecnologie verdi

Lo sviluppo delle energie rinnovabili è stato fino ad ora reso possibile grazie a due forme di incentivi: gli incentivi al consumo nei paesi occidentali (conto energia) e gli incentivi alla produzione di tecnologie energetiche nei paesi emergenti (Cina, Corea del Sud, ecc..). Possiamo leggere questa situazione come la combinazione di una serie di cause che avranno effetti ancora nel prossimo futuro. Da una parte la politica occidentale che ha perseguito risultati politici nel breve termine ed ha quindi seguito modelli finanziari, dall’altra la politica dei paesi emergenti che ha programmato proposte con effetti nel medio-lungo periodo, ossia concentrandosi sulla economia reale. L’errore nel perseguire esclusivamente modelli finanziari è ormai chiaro a tutti: è collassato l’intero sistema geopolitico mondiale. Quello che non è evidente è come i governi riusciranno a tornare ad interessarsi di economia reale. Anche perché le industrie dei paesi emersi (non ha senso chiamarli ancora emergenti) si sono accresciute e hanno aumentato la loro competitività anche grazie alla esperienza manifatturiera acquisita negli ultimi anni.

Nel frattempo, nonostante la pigrizia o l’incapacità dei politici occidentali di elaborare soluzioni, le nostre imprese si trovano a competere in un ambiente a loro sfavorevole. Negli ultimi giorni abbiamo assistito al fallimento di Solyndra negli USA e alla delocalizzazione in Asia di First Solar e di Q-Cell.

Questa situazione può avere solo due conclusioni possibili: il fallimento di tutte le imprese occidentali che operano nel settore del solare e delle altre tecnologie energetiche rinnovabili o un cambio della loro strategia. Per fare questo cambio dobbiamo capire quali sono le politiche industriali dei paesi emersi (la loro strategia) e quali sono le scelte imprenditoriali degli operatori industriali del settore (la loro tattica). Questo è lo scopo di chi si occupa di geopolitica delle energie rinnovabili. Aiutare gli imprenditori ad orientarsi nelle opportunità che offrono gli attuali scenari e non piangere su quelle perse tentando di perseguire modelli che si sono rivelati perdenti.

Il fatto che il costo dei pannelli solari sia crollato è in generale un bene: significa che siamo più vicini alla grid parity e che molte persone potranno permettersi di comprarsi il proprio impianto solare. Ma significa anche che la concorrenza con le agguerrite imprese cinesi non può basarsi sul costo del pannello. Quella battaglia è stata già giocata e persa. Occorre cominciare a pensare ad elaborare forme di valore aggiunto al pannello che lo rendano attraente per un target diverso di clienti. O servizi legati alla persona ed alla sua gestione del sistema energetico (non solo una tecnologia ma l’insieme delle tecnologie).

Occorre cioè cominciare a pensare in sinergia con gli eventi che accadono nel mondo e non in opposizione, sfruttando le inevitabili opportunità che nascono collateralmente ad un pensiero forte.

Ed occorre pensare a come veicolare questa strategia industriale perché nel settore della sociologia e della comunicazione si avvertono i primi segnali di una crescente diffidenza verso la parola “Green”. D’altra parte dal disastro della DeepWater Horizon, le imprese petrolifere hanno rafforzato il loro Cartello ed hanno elaborato strategie di comunicazione comune, mettendo sul piatto una somma di dollari praticamente maggiore di quella spesa per recuperare il disastro ambientale della piattaforma. Gli effetti del loro “lavoro” si cominciano a sentire soprattutto nei discorsi degli oppositori politici del presidente Obama. E questa pressione è destinata ad aumentare con l’avvicinarsi delle elezioni politiche americane. Per questo motivo, avere una finestra costantemente aperta nel mondo non solo ci aiuta a capire quello che accade, ma è utile per definire le politiche industriali delle nostre imprese. Almeno finché la politica non tornerà a discutere di economia reale e non di finanza!