• Articolo Washinigton, 27 ottobre 2014
  • Un report del governo, intanto, sostiene che i consumatori ne avrebbero un beneficio. L’ambiente no

    Petrolio: in USA nasce una lobby pro export

  • Più di 12 produttori di petrolio hanno deciso di formare il PACE, gruppo di pressione che mira a far saltare il divieto di esportare in vigore dagli anni ’70

Petrolio in USA nasce una lobby pro export.(Rinnovabili.it) – Sono oltre una dozzina, che a Hollywood chiamerebbero una “sporca dozzina”. Sono produttori di petrolio, e hanno deciso di stringersi a coorte per fare lobby sul governo americano. L’obiettivo è far saltare l’ormai quarantennale blocco alle esportazioni di oro nero in vigore negli USA. Sostengono che una simile mossa potrebbe creare posti di lavoro e alimentare il boom energetico. Si sono anche dati un nome: PACE (Producers for American Crude Oil Exports), e rappresentano il primo gruppo di lobbisti nato per abbattere le barriere al commercio, poste nel lontano 1974 dal Congresso americano dopo l’embargo arabo. Allora si temeva di dover fare i conti con la scarsità di risorse, ma poi la nazione è riuscita a riprendersi. Oggi gli Stati Uniti si trovano a guidare la classifica mondiale dei Paesi produttori di petrolio, grazie al boom delle estrazioni degli ultimi 6 anni. Con l’ondata di greggio che ha inondato il mercato energetico, sono arrivati anche gli squali, con la voracità di sempre. Le possibilità del continente europeo, su cui molte grandi compagnie – non solo energetiche – hanno messo gli occhi da oltre un anno, fanno gola ai petrolieri. Così sono iniziate le pressioni sul Congresso, per dare avvio a una discussione sull’opportunità di mantenere in vigore il bando sull’export. I lobbisti hanno la ferma intenzione di arrivare a un risultato già entro il prossimo anno: faranno di tutto perché la legislazione affronti il prima possibile la tematica.

 

Daren Baudo, portavoce di Conoco Philips, una delle aziende che compongono il PACE, dichiara infatti che la possibilità di esportare petrolio è ormai «vitale per la crescita economica del Paese e la sicurezza nazionale, la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento della nostra posizione nel mercato globale».

Ma ci sono alcune resistenze, sia dentro i palazzi della politica, sia dentro quelli delle compagnie. Il CRUDE (Consumers and Refiners United for Domestic Energy), un gruppo di 4 raffinatori americani, vorrebbe mantenere il divieto per evitare un aumento dei costi.

 

Il rischio per i cittadini americani, però, secondo un report diffuso oggi dal Gao (Government Accountability Office), non sussisterebbe: se è vero infatti che l’aumento si verificherebbe – perché il greggio, nel mercato globale, costa di più rispetto al mercato interno – i consumatori vedrebbero invece abbassarsi i prezzi alla pompa. Adesso negli USA siamo sui 101 dollari al barile contro 109 di media globale nel 2014, e con il via libera all’export i prezzi americani salirebbero di 2-8 dollari. Ma il flusso di petrolio a stelle e strisce porterebbe a una maggior disponibilità internazionale, che secondo il rapporto sarebbe all’origine di un calo di spesa per il consumatore.

Restano tuttavia delle incognite: sono in grado i raffinatori di reggere una tale impennata di traffico? Alcuni stanno già avviando modifiche agli impianti, che presto potrebbero permettergli di processare un maggior quantitativo di greggio.

In questa battaglia fra produttori e raffinatori, come sempre, la prima vittima è l’ambiente. Il dossier del Gao lo dice con chiarezza: «Un aumento della produzione di petrolio può mettere a rischio la qualità e la quantità delle acque di falda e di superficie», oltre a provocare «una crescita delle emissioni di CO2 e un maggior rischio di incidenti durante il trasporto».

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