• Articolo Washington, 19 novembre 2014
  • I democratici controllano ancora il Senato, ma a gennaio la maggioranza cambierà a causa delle elezioni di midterm

    Il Senato USA boccia il Keystone XL sul filo di lana

  • Respinta per un voto la proposta di legge sull’approvazione del Keystone XL, l’oleodotto Canada-Texas per il petrolio da sabbie bituminose

Il Senato USA boccia il Keystone XL sul filo di lana-

 

(Rinnovabili.it) – Il Keystone XL non si fa. Almeno per ora. Il Senato americano ha bocciato la proposta di legge per la costruzione del maxi oleodotto che dovrebbe veicolare 830 mila barili al giorno di petrolio da sabbie bituminose dall’Alberta (in Canada) alla costa texana del Golfo del Messico. La battaglia politica è stata senza esclusione di colpi, con un’incertezza cronica a pesare sul verdetto fino all’ultimo respiro. Alla fine il progetto, promosso strenuamente dalla senatrice democratica della Louisiana, Mary Landrieu, ha riscosso 59 sì e 41 no. Ma il numero magico era 60, soglia minima per far uscire qualsiasi proposta di legge dalla camera alta e spedirla alla Casa Bianca, sulla scrivania della stanza ovale. Così il fronte ambientalista, che da 6 anni blocca la costruzione del Keystone XL con ardenti proteste, ha potuto esultare.

 

Un tratto di questo oleodotto, in realtà, già esiste. La parte meridionale, la “gamba” che arriva fino alla costa del golfo del Messico, è già operativa. Lo è anche una prima versione di quella settentrionale che parte dal Canada ma, attraversando numerosi Stati del midwest, risulta poco efficiente dal punto di vista logistico. La proposta ferma da oltre un lustro prevede un tracciato nuovo, più veloce, che taglia in diagonale attraversando il South Dakota e il Nebraska, ma necessita di un’autorizzazione particolare del governo americano, perché attraversa il confine federale. Il costo complessivo stimato per la costruzione di questa parte, lunga 1900 chilometri, è di circa 5,3 miliardi di dollari.

 

Il Senato USA boccia il Keystone XL sul filo di lana

 

È dal 2008 che la compagnia TransCanada attende il permesso per costruire, ma senza successo. Il Keystone XL è diventato un tema incandescente, al centro di polemiche furiose, capaci di unire l’ambientalismo istituzionalizzato – rappresentato (tra gli altri) da Sierra Club e National Resources Defence Council (NRDC) – con le comunità locali e le ultime tribù indiane. Un blocco di opposizione che ha preso in contropiede la politica: dopo nove tentativi alla Camera, dove è passata a causa della maggioranza repubblicana, la proposta di legge per la costruzione è arrivata al Senato. I democratici, spaccati al loro interno, sono andati alla conta. La senatrice Landrieu sperava di racimolare 60 sì, convincendo qualcuno del suo schieramento a votare favorevolmente e gettare poi la patata bollente sul tavolo di Obama. Il Presidente aveva già fatto intuire che avrebbe esercitato il suo potere di veto, ormai deciso a far breccia nel cuore dell’elettorato ambientalista dopo le recenti promesse sul clima. Ma non ce n’è stato bisogno: almeno fino a gennaio, data in cui il Senato passerà ai repubblicani (vincitori delle elezioni di midterm), la battaglia è vinta e il Keystone resta fermo.

 

I dubbi del Presidente si fondano sull’impatto ambientale che l’infrastruttura avrebbe sull’ecosistema di tutti gli Stati che solca, con rischi per le falde acquifere e di conseguenza per la fauna e le comunità che vivono lungo il tracciato. In più il petrolio da sabbie bituminose presenta diverse controindicazioni per il clima: l’estrazione, in Alberta, ha distrutto completamente la foresta boreale (Taiga), con conseguenze dirette sulla qualità dell’aria. Non per nulla questo tipo di carburante è classificato “ad alta emissione”, oltre il 20% in più rispetto al petrolio estratto con metodi convenzionali. Le maggiori emissioni derivano dalla più grande quantità di energia necessaria per estrarre il bitume dalle rocce in cui è contenuto, e convertirlo poi in petrolio greggio.

 

I promotori dell’oleodotto, tuttavia, hanno cercato di aggirare la questione sottolineando i risvolti occupazionali: il Keystone XL creerà posti di lavoro, era il mantra. Ma quanti? 42 mila secondo Russ Girling, il presidente di TransCanada. Durante una trasmissione in onda sulla Abc questo weekend, tuttavia, il numero uno della compagnia costruttrice è stato costretto a confessare che soltanto 50 sarebbero stati impieghi stabili. Ma c’è chi l’ha sparata ancora più grossa: la senatrice Mary Landrieu, nel tentativo di convincere i colleghi, ha sostenuto che il Keystone XL avrebbe generato milioni di posti di lavoro.

 

Il Senato USA boccia il Keystone XL sul filo di lana2

 

Una retorica che non ha funzionato. Almeno a livello parlamentare. Almeno per adesso. Da gennaio sarà tutta un’altra storia, e la prossima volta per Obama non sarà facile evitare di porre il veto sul progetto, dando uno strappo che molti giudicheranno autoritario alle dinamiche democratiche.

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