• Articolo Roma, 16 dicembre 2016
  • TAP: dubbi sul gas dell’Azerbaijan

  • Un rapporto di Bankwatch, rete europea che monitora banche e istituzioni finanziarie, accusa molte delle aziende coinvolte nella realizzazione del gasdotto TAP e TANAP di corruzione e collusione con la mafia

TAP: il gas dell’Azerbaijan puzza di mafia

 

A seguito della pubblicazione del report BankWatch il cui contenuto viene illustrato in questo articolo, la Bonatti e la Renco hanno diramato le loro repliche che pubblichiamo per intero:

“Le notizie relative a Bonatti o sue eventuali controllate riportate nel Bankwatch Report e riprese da organi di stampa sono prive di ogni fondamento”. Lo scrive in una nota il Gruppo Bonatti, che precisa: “né Bonatti né nessuna delle sue controllate sono mai state coinvolte nei fatti citati, e mai hanno subito o stanno subendo procedimenti giudiziari di alcun tipo riferibili alle vicende citate”.

 

“Renco non è mai stata coinvolta dalle vicende giudiziarie relative ai fatti citati dal report di Bankwatch. Nè tanto meno la Renco è stata mai interessata da vicende giudiziarie come Mafia capitale. Sono altresì infondate le accuse nei confronti dell’amministratore delegato. Il report di Bankwatch lede la nostra immagine di azienda impegnata da quarant’anni nel settore Oil & Gas. Non si può contrastare il Tap infangando l’immagine di Renco e di altre aziende impegnate nella realizzazione di questa opera”.

 

(Rinnovabili.it) – Compagnie in odore di mafia, amministratori delegati con mandati d’arresto pendenti, accuse di corruzione in decine di Stati. È l’identikit di alcune delle aziende che stanno completando il ‘Corridoio sud del gas’, il maxi-progetto di cui fa parte il TAP che collegherà l’Azerbaijan con la spiaggia di San Foca in Puglia passando attraverso Turchia, Grecia e Albania. Una pipeline di 3.500 km che costerà in tutto più di 40 miliardi di euro e che sta catalizzando investimenti sostanziosi dalle banche pubbliche europee. Una torta enorme che si spartiscono aziende con una storia non esattamente immacolata alle spalle. Per non parlare delle continue e gravissime violazioni dei diritti umani del governo azero, dove la famiglia Aliyev è al potere da decenni.

A scandagliare tutti quelli che beneficiano dal colossale affare ci ha pensato Bankwatch, una rete europea di Ong che monitora l’operato delle istituzioni bancarie internazionali. In un rapporto appena pubblicato passa in rassegna tutte le aziende cui sono stati affidati i lavori in Italia, Grecia (sotto l’ombrello del consorzio TAP) e Turchia (dove il consorzio si chiama TANAP).

 

TAP: il gas dell’Azerbaijan puzza di mafia

 

Da Mafia Capitale a Cosa Nostra

Tre delle compagnie cui sono stati affidati i lavori in Italia hanno avuto collegamenti con la mafia: si tratta di Sicilsaldo, Bonatti e Renco. Un’altra azienda, Saipem, è stata condannata più volte per corruzione ed è tuttora sotto processo in molti Stati.

Saipem, sussidiaria Eni, è stata condannata per corruzione in Nigeria ed è tuttora implicata con la stessa accusa in uno scandalo che coinvolge l’algerina Sonatrach. Dall’anno scorso è finita nel mirino degli inquirenti brasiliani che indagano sullo scandalo Petrobras, talmente ramificato e fitto che è arrivato fino agli ex presidenti Lula e Dilma.

Implicato in Mafia Capitale invece l’ad di Renco, Giovanni Rubini. Secondo i magistrati avrebbe avuto rapporti con Salvatore Buzzi fin dagli anni 2000, avrebbe accettato di farsi corrompere per poi mantenere rapporti tramite Tolfa Care, azienda di cui lo stesso Rubini è a capo.

Nel rapporto di Bankwatch finisce anche la Bonatti, attivissima in Libia a fianco di Eni. Bonatti ha a sua volta delle sussidiarie. Una di queste, Edilperna, è stata colpita da un’interdittiva antimafia emessa dalla polizia italiana nel 2010. Ma, soprattutto, la Bonatti è indicata da diversi pentiti di mafia come una delle aziende “compiacenti”, che avrebbe pagato il pizzo per aggiudicarsi appalti a Palermo in condivisione con altri negli anni ’90.

Collusione mafiosa è anche l’accusa per Sicilsaldo e Nuova Ghizzoni. L’ad della prima viene descritto dalla polizia italiana come “completamente soggiogato” a Cosa Nostra, mentre la seconda è implicata in affari sporchi con la famiglia mafiosa americana dei Gambino e con lo scandalo Tempa Rossa.

 

Corruzione tra Atene e Ankara

Non va molto meglio in Grecia e Turchia. Le autorità elleniche hanno accusato diverse compagnie sotto contratto per il TAP di aver fatto cartello per decenni, gonfiando i costi degli appalti e quindi gravando sulla spesa pubblica e sui cittadini. L’ad di una di queste aziende è tuttora ricercato dall’Europol. In Turchia è la compagnia statale Botas a far discutere per i numerosi casi di corruzione, la maggior parte dei quali però non è arrivata a sentenza solo perché è scattata la prescrizione.

 

In ballo miliardi di euro di soldi pubblici

“Il ruolino di marcia di queste aziende sembra non essere stato preso in considerazione seriamente quando sono stati assegnati gli appalti – si legge nel rapporto di Bankwatch – Quand’è che un’azienda sotto accusa per corruzione viene eliminata dalla gara d’appalto? Il nostro rapporto sembra indicare: mai”. Accuse che non sembrano essere un problema per le maggiori istituzioni bancarie e finanziarie d’Europa. La Banca europea d’investimento ha messo 2 mld di euro per il TAP e 1 mld per il TANAP, mentre la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha in ballo un investimento di 1,5 mld. Tutti soldi pubblici, che andranno nelle tasche di aziende colluse e corrotte.

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