• Articolo Roma, 13 giugno 2018
  • Trattato sulla Carta dell’energia: così le multinazionali giocano a fare dio

  • Un nuovo rapporto mostra come il poco conosciuto Energy Charter Treaty conferisca alle corporations il potere di influire sulle politiche energetiche nazionali ostacolando la transizione energetica

Trattato sulla Carta dell'energia

 

Protetti dal Trattato sulla Carta dell’Energia gli investitori del settore energetico chiedono oggi ai governi danni per 35 mld di dollari

(Rinnovabili.it) – Vent’anni fa, senza troppa enfasi mediatica, entrava in vigore il Trattato sulla Carta dell’Energia (Energy Charter Treaty – ECT), un accordo internazionale creato con l’obiettivo di stabilire “un quadro multilaterale per la cooperazione transfrontaliera nel settore energetico”. Oggi l’ECT ​​si applica a quasi 50 paesi che vanno dall’Europa occidentale all’Asia centrale fino al Giappone, ma in questi vent’anni ha fatto ben più che stimolare il commercio globale: ha regalato alle corportions poteri enormi sui sistemi energetici nazionali, compresa la capacità di citare in giudizio i governi di fronte a politiche ritenute lesive dei loro profitti.

A denunciare lo strapotere di questo oscuro accordo è oggi il nuovo rapporto di Corporate Europe Observatory (CEO) e TransnationalInstitute (TNI) che insieme hanno passato al setaccio tutte le cause investitore-stato intentate sotto l’ala rassicurante del Trattato sulla Carta dell’Energia e del suo principale strumento di protezione degli investimenti, l’ISDS- Investor-state dispute settlement.

 

Quello che emerge chiaramente dalle 96 pagine del documento “Un trattato solo per governare tutto” è come le grandi compagnie dell’industria fossile abbiano già utilizzato l’ECT e accordi simili per contrastare la transizione energetica in atto. Le disposizioni dell’ISDS ​​danno, infatti, agli investitori stranieri nel settore dell’energia il diritto di citare direttamente gli Stati in tribunali internazionali. In questi anni, le aziende hanno utilizzato il trattato sulla Carta dell’Energia per chiedere vertiginosi risarcimenti anche solo per quelle che stimavano essere “perdite di profitti futuri”.

Attualmente le cause in essere chiedono compensazioni per un totale di oltre 35 miliardi di dollari.

Tra i casi più emblematici rientra anche l’Italia, nonostante sia uscita dall’accordo nel 2016: la compagnia petrolifera britannica Rockhopper ha portato il belpaese in tribunale per aver vietato nuove trivellazioni offshore nell’Adriatico previste dal controverso progetto Ombrina.

 

 

Nonostante l’enorme potere che esercita, l’ECT ​​è in gran parte al riparo dall’attenzione pubblica. Mentre negli ultimi dieci anni si è verificata un’onda d’opposizione crescente nei confronti dell’ISDS in altri accordi commerciali, questo trattato gode ancora del massimo riserbo. Molte denunce di investitori rimangono segrete e per le altre sono disponibili solo scarse informazioni. “Questo accordo – spiega Cecilia Olivet, del TransnationalInstitute, co-autrice del report – è fondamentalmente un ostacolo per affrontare la sfida chiave del nostro tempo: il riscaldamento globale. Nel momento in cui tutta l’attenzione dovrebbe essere concentrata sullo scongiurare una catastrofe climatica, non c’è spazio per un accordo che rende illegali molte delle soluzioni al problema. Ora è il momento per gli Stati di abbandonare il trattato”.

 

Nel complesso, gli Stati hanno già subito 114 cause nell’ambito della Carta dell’Energia. Molte di queste sono state avviate solo negli ultimi cinque anni, soprattutto contro i Paesi dell’Europa occidentale, e oggi la Spagna e l’Italia sono in testa alla lista dei paesi più colpiti. In 16 casi, gli investitori hanno chiesto più di un miliardo di dollari in compensazioni ai governi. Nel 61% dei casi passati in giudicato, l’esito è stato favorevole all’investitore.

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