• Articolo Roma, 21 marzo 2018
  • Riuso: allungare la vita agli oggetti farebbe risparmiare 60mln

  • Il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo avverte: circa il 2% della produzione nazionale di rifiuti è costituito da beni durevoli riutilizzabili 

riuso

 

Viaggio nel mondo del riuso italiano

(Rinnovabili.it) – Il principio delle 3 R – Riduzione, Riuso e Riciclo – è il perno della moderna economia circolare. Ma se le buone pratiche di riduzione e riciclo hanno fatto parecchia strada nell’informazione pubblica, quelle del riuso sono rimaste più nell’ombra. In Italia si buttano ogni anno 600mila tonnellate di beni potenzialmente riutilizzabili: mobili, elettrodomestici, giocattoli, libri e oggettistica di vario genere ancora in buono stato e facilmente collocabile nel mercato dell’usato.

Per mancanza di informazione da un lato e carenza normativa dall’altro, questi oggetti sono destinati tuttora al cestino dei rifiuti. Uno spreco che costa al sistema paese ben 60 milioni di euro solo in termini di spese di smaltimento.

 

I dati appartengo al Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018, presentato ieri a Roma e realizzato da Occhio del Riciclone in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali. Il documento mette in luce le potenzialità di una filiera, quale quella dell’usato, all’interno della circualr economy italiana. Filiera che conta oggi diverse iniziative, dai centri regionali del riuso ai moderni sistemi di baratto, dai Repair cafè ai Restart party.

 

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A dominare il settore sono soprattutto i negozi dell’usato conto terzi – una formula praticata soprattutto al Nord e al Centro – e il commercio ambulante. Quello che manca invece è un quadro normativo che disciplini gli impianti di “preparazione per il riutilizzo”, strutture su scala industriale che possano ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti per reimmetterli in circolazione dopo igienizzazione, controllo ed eventuale riparazione.

 

La fattibilità è già stata dimostrata ma i progetti attendono ancora i DM contenenti le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento. “In Italia già da alcuni anni si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano essere maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno”, commenta Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco ma un’enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”.

 

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Attualmente il 2% dei rifiuti prodotto a livello nazionale potrebbe essere destinato al riuso. Recuperare questo 2% significherebbe risparmiare quei 60 milioni persi ogni anno, senza contare il valore degli oggetti di seconda mano.

Non mancano, ovviamente, esempi positivi sul territorio, come il progetto “Cambia il finale” di Hera (la multiutility dell’Emilia-Romagna) che è riuscita a riutilizzare 530 tonnellate di beni durevoli in un anno a fronte di un bacino di circa 2 milioni di abitanti, coinvolgendo 25 Onlus e un centinaio di soggetti svantaggiati. “Le aziende di igiene urbana – sottolinea Filippo Brandolini, vicepresidente Utilitalia – svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia circolare. Sempre più spesso, infatti, non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere ad alto valore (umano, ambientale, economico e sociale) aggiunto”.

 

 

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