• Articolo Roma, 6 ottobre 2016
  • I vincitori della Biodesign Competition

    Così biomimesi e design ecologico immaginano il futuro

  • I vincitori del concorso organizzato da Inhabitat spaziano dalla biomimesi alle bioplastiche, dalla coltura acquaponica all’architettura per rifugiati

(Rinnovabili.it) – Alghe e fotosintesi al servizio della sostenibilità sociale, pelli ecologiche, bioplastica e prototipi ispirati alle meraviglie di Madre Natura. La biomimesi e il rapporto tra uomo e natura sono i protagonisti assoluti della Biodesign Competition organizzata da Inhabitat. Le proposte vincitrici guardano quindi al futuro del design e dell’architettura, inserendo i progetti nell’intersezione tra il dominio fisico, quello digitale e quello biologico. Una commistione tutta volta a diminuire, se non azzerare, l’impronta ambientale del nostro modo di abitare. Ecco i progetti più interessanti.

 

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Chlorella Oxygen Pavilion

Il primo premio è andato al progetto di Adam Miklosi, che ha proposto un padiglione in legno completamente innervato di alghe, sia all’esterno che all’interno. Grazie alla fotosintesi l’aria viene arricchita di ossigeno e la CO2 consumata dalle piante. Le alghe sono inserite all’interno di un reticolo tubolare che segue la direzione del movimento del sole, garantendo la massima attività di fotosintesi.

 

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Le fattorie urbane ripensano la collettività

Ragiona su scala di quartiere il progetto di Edwin Indera Waskita. La sua Self-Healing House mira ad approfondire il valore della sostenibilità sociale e a sviluppare le interazioni tra abitanti, piante e animali nelle comunità locali. Pensata per i quartieri più periferici, in sostanza questa proposta collega tra loro diverse abitazioni trasformandole in fattorie urbane collettive, rivestite da una sorta di “pelle ecologica” di muschio e piante che rappresentano una fonte di cibo e acqua per gli animali.

 

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Il futuro è l’acquaponica

Si chiamano Aquaponic Future Houses e consistono in abitazioni a tre piani realizzate con un tipo di bioplastica biodegradabile, di origine vegetale e stampata in 3D. Ogni modulo incorpora un sistema chiuso di coltura acquaponica, dove le piante nutrono i pesci, i pesci le piante. Gli abitanti hanno così a disposizione sia cibo autoprodotto sia una qualità dell’aria migliorata.

 

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Un Oculus per i rifugiati

Oculus è un prototipo di rifugio di emergenza la cui struttura unisce la biomimesi all’architettura tradizionale siriana, poiché si ispira alle case-alveare mediorientali che si basano a loro volta su una particolare geometria presa in prestito dal lavoro delle api. Realizzato da 4 studenti della Chalmers University of Technology svedese, è stata pensata per uno dei più popolati campi per rifugiati al mondo: quello di Zaatari, in Giordania.

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