• Articolo Roma, 10 febbraio 2013
  • Le Miniguide

    10 consigli per fare sport in armonia con l’ambiente

  • Il decalogo per lo sportivo “pulito”, provocazione e al tempo anche un modo per riflettere su quello che facciamo spesso in modo automatico

 

 

Fare sport fa bene, è divertente e, per quello che riguarda questo mini decalogo, è un’attività a basso impatto ambientale. Anzi, lo sport per essere pienamente goduto ha bisogno di un ambiente sano e non inquinato. Il binomio è immediato, naturale, quasi scontato… Ma è veramente così? Fedeli al principio che minor consumo significa minor impatto ambientale, iniziamo ad applicare questa regola anche alla nostra attività sportiva.

 

1. BERE – Ogni attività sportiva che si rispetta prevede una fondamentale “reidratazione”, ovvero bere durante lo sforzo. Evitiamo di acquistare acqua in bottiglie di plastica o integratori. Portiamoci la borraccia da casa, riempiamola con acqua di rubinetto, un thé (tiepido, zuccherato o con magari con un pizzico di sale), oppure una limonata.Reintegreremo lo stesso i sali necessari, risparmieremo dal punto di vista economico e diminuiremo il monte complessivo di rifiuti da smaltire.

 

2. ALIMENTAZIONE – Generalmente le cose semplici sono anche le migliori. Un piatto di pasta prima dell’attività fisica è molto più salutare e benefico di una barretta energetica, costa e inquina di meno. Stesso discorso alla fine dell’attività fisica. Il recupero ideale, soprattutto per un’attività intensa, prevede l’assunzione di cibi caldi e liquidi o frutta, piuttosto che una pizza o una bistecca. Anche in questo caso la filiera corta aiuta.Quello che offre la stagione spesso si rivela la soluzione più salutare è efficace.

 

3. INTEGRATORI – Un’attività sportiva consapevole e sostenibile non può prevedere l’uso di integratori e, tanto meno, doping. Perché, a parte gli aspetti etici, si tratta di prodotti chimici spesso frutto di filiere complesse e ad alto impatto ambientale.

Ci sarà un motivo per cui nessun integratore si è mai pubblicizzato come “bio” o “green”, nonostante il forte appeal che queste parole esercitano sul mercato?

 

4. LAVARSI – Quando frequentavo palestre, passavo più tempo a chiudere le docce lasciate aperte dagli altri, che spesso si concedevano anche imbarazzanti mezz’ore sotto l’acqua a chiacchierare e perdere tempo. Lo sport è un piacere, e lo è spesso ancora di più concedersi una rilassante doccia o bagno caldo (soprattutto d’inverno). Ricordiamoci, però, che l’acqua e l’energia utilizzata per scaldarla sono beni limitati. Traete voi le conseguenze…

 

5. INDUMENTI – Vale lo stesso discorso per gli indumenti utilizzati per fare attività sportiva. Siamo certi che bisogna lavarli ogni volta? Se andiamo a correre o ad arrampicare da soli, così come per una partita di calcio o basket, la stessa t-shirt può essere riutilizzata prima di sottoporla ad un ciclo di lavaggio. In fondo chi se ne accorge?

 

6. IMPIANTI SPORTIVI– E’ oggettivamente difficile conoscere il livello di sostenibilità di una struttura utilizzata per la pratica sportiva. Che sia una piscina, un campo da tennis, una pista di ghiaccio o un campo da calcetto, tutto dipende da come è stato realizzato e da come viene gestito. Provate a fare qualche domanda ai proprietari degli impianti: aiuta ad aumentare la consapevolezza che l’efficienza energetica di un edificio pubblico rappresenta un criterio di scelta per l’utente. I gestori potrebbero pensarci in occasione delle prossime ristrutturazioni…

La questione degli impianti potrebbe indurre a stilare una classifica degli sport meno inquinanti. Una piscina, si può dire,ha un impatto maggiore di un campo da calcetto. Da questo se ne potrebbe dedurre che il nuoto “inquina” di più. Nulla di più errato. Tutto dipende da dove si fa l’attività sportiva e da come è realizzato l’impianto. Ci sono piscine, per restare all’esempio, fatte talmente bene, come la piscina olimpica di Pechino 2008, che hanno un impatto inferiore di qualsiasi campo da calcio di periferia nostrano.

 

7. ATTIVITA’ ALL’ARIA APERTA – Sicuramente l’attività sportiva all’aria aperta a contatto con la natura, ha un tasso di sostenibilità maggiore, sempre che non si utilizzino questi spazi come pattumiera o come se fossero impianti sportivi“strutturati”. Per capirci: andare in bicicletta è “eco”, farlo in un bosco anche; aprire un nuovo sentiero un po’ meno; passare sopra le uova di una tartaruga marina in riva al mare per niente (paradosso). Vale lo stesso discorso per arrampicare, correre o giocare a pallone su un prato. Non inquina quello che fai, ma come lo fai…

 

8. MANIFESTAZIONI SPORTIVE – Non nascondiamoci: fare sport vuol dire anche competere, ed è naturale che possa venire voglia di misurarsi in qualche gara. E’ questo il momento in cui la nostra dedizione “green” viene messa a dura prova. In Italia le Società organizzatrici hanno sviluppato solo raramente una sensibilità ambientale. Ogni evento sportivo che prevede l’afflusso di un gran numero di persone inquina. Gli organizzatori più attenti si preoccupano di come far giungere partecipanti e spettatori sul posto con mezzi pubblici; di organizzare un sistema di raccolta di rifiuti differenziato e di informare i presenti com’è organizzato; di produrre il minor numero di rifiuti possibili (accordi con fornitori di alimenti, sponsor e comunicazione); di predisporre un corretto uso dell’energia elettrica; di penalizzare i concorrenti in caso di comportamenti non eco sostenibili (l’esempio è la Maratona delle Dolomiti di ciclismo, che squalifica quanti buttano cartacce e/o borracce durante il percorso); di ridurre l’uso di auto per l’organizzazione e di prevedere l’uso di quelle elettriche. L’attenzione di una manifestazione per questo aspetto si percepisce anche nell’organizzazione del sistema di pulizia post-evento. Se affidato al Comune, vuol dire che l’attenzione è minima (“sporco, pago la tassa – spesso bassa – e chissene”), se invece organizzato privatamente, allora vuol dire che qualcosa si muove.

Noi nel nostro piccolo che possiamo fare?Come sempre scegliere.

 

9. MATERIALI – Sui materiali si gioca la partita più difficile per ogni sportivo attento alla sostenibilità. Una partita che, lo dico subito, il più delle volte ci vede soccombere.

Da dove vengono le nostre scarpe, i vestiti, le racchette, cuffia, costume, bicicletta, pallone, ecc…? Provate a rispondere e vi accorgerete che il 90% di questi prodotti provengono da filiere così lunghe e complesse che è praticamente impossibile ricostruirne l’impronta ambientale e, cosa non da poco, anche sociale. Inutile nasconderci. I grandi marchi che operano nello sport sono spesso protagonisti di storie poco edificanti. Non si salva nulla, anche attrezzi che pensiamo innocui e “eco” per eccellenza, come per esempio la bicicletta, realizzata in carbonio, acciaio o alluminio, con sistemi di lavoro ad alto impatto (epoi ci sono i tubolari, le catene il gruppo dei pedali, selle e freni…).

 

10. NON FARE NIENTE – Ma il vero danno all’ambiente lo provoca una vita sedentaria. E’ dimostrato che una qualsiasi attività sportiva, realizzata con costanza,salvaguarda da numerose malattie. La seconda parte del Libro Bianco dello Sport, pubblicato recentemente dal CONI, ha calcolato che ridurre i sedentari presenti in Italia di circa 200.000 unità (1% della popolazione inattiva) genererebbe un risparmio del sistema sanitario nazionale di 80 milioni di euro l’anno.

Un’attività fisica costante migliora l’efficienza energetica di ognuno, riducendo la pigrizia e l’utilizzo di energia esterna per le attività quotidiane (spostamenti, riscaldamento casalingo, utilizzo di macchinari specifici per le piccole operazioni quotidiane come salire le scale, spostare, spremere, portare…). Per capire cosa sarebbe la nostra vita senza lo sport vi rimando al cartone della Disney, Wall-E, in cui un’immaginaria società umana privata delle capacità motorie viveva supportata, in tutte le sue funzioni, da macchine. Che per muoversi consumano energia.

Quindi più sport vuol minor consumo di medicine, una popolazione più sana e una miglior “efficienza energetica” personale. Se non è “green” tutto questo…

 

di Antonio Ungaro