• Articolo Windsor, 17 maggio 2013
  • Rispetto all’Europa, il settore canadese è ancora troppo poco regolamentato

    Cosa diventa l’auto a fine vita?

  • Secondo uno studio dell’Università di Windsor, le auto giunte a fine vita vengono smembrate nei vari componenti che poi sono rivenduti come parti di altri prodotti di consumo

(Rinnovabili.it) – Che fine fanno le auto a fine vita? È molto probabile che servano per tenere in fresco una birra. Secondo uno studio dell’Università di Windsor, infatti, la vecchia carcassa di un’auto verrebbe letteralmente fatta a pezzi e i suoi componenti rivenduti come parti di altri prodotti di consumo. La ricercatrice Susan Sawyer-Beaulieu ha passato 8 anni a studiare cosa accade alle autovetture una volta che queste abbiano abbandonato la strada, arrivando alla conclusione che esse diventino “altri prodotti”: elettrodomestici, materiali da costruzione o addirittura altre autovetture.

 

Ma la ricerca è andata oltre e ha voluto analizzare con dovizia di particolari cosa accade in un impianto di smontaggio, cosa viene riciclato e riutilizzato e cosa, invece, finisce in discarica. Stando a quanto riportato nello studio, i grandi demolitori canadesi “tratterebbero”ogni anno circa 17.000 veicoli (sono ben 13 i milioni di auto che ogni anno arrivano alla fine del loro ciclo di vita), riuscendo a riciclare o riutilizzare l’80% di essi; la sfida per il settore è proprio quella di riuscire a ridurre il più possibile quel 20% di prodotto che finisce in discarica. «Quello del recupero e del riciclo è un ottimo affare -sostiene la Sawyer-Beaulieu – ma se ci fosse maggiore enfasi e regolamentazione nel riutilizzo dei materiali, ci sarebbe anche la possibilità di creare nuovi posti di lavoro». Il settore canadese, infatti, dovrebbe compiere passi importanti sul piano legislativo: mentre in Europa la materia è ampiamente regolamentata, in Canada il sistema è ancora troppo orientato al mercato e l’industria non vuole regole definite per paura di stravolgere troppo il modo di fare business. «Pensiamo ai sedili, per esempio – ha dichiarato la ricercatrice – dei quali attualmente viene recuperato il recuperabile mentre il resto finisce in discarica; non sarebbe bello vedere in che modo quel “resto” potrebbe essere ulteriormente riutilizzato?».