• Articolo Roma, 4 marzo 2013
  • Intervista al Presidente del COOU, Paolo Tomasi

    L’olio usato per salvare l’economia di un Paese

  • Raccogliere e riciclare l’olio lubrificante usato oltre a essere una pratica amica dell’ambiente, può abbattere di 3 miliardi di euro le importazioni di prodotti energetici dall’estero

Da rifiuto estremamente pericoloso a toccasana per le tasche degli italiani. Nonostante il collegamento apparentemente poco logico, è questa la giusta chiave di lettura con cui aprirsi al mondo dell’olio lubrificante esausto, un prodotto che, se opportunamente trattato, può diventare una risorsa estremamente preziosa, addirittura per l’economia di un intero Paese. Una volta giunto alla fine del suo ciclo di vita, infatti, l’olio lubrificante diventa un rifiuto che, se non smaltito correttamente, può avere pesanti impatti ambientali: inquinamento delle falde acquifere, contaminazione dell’acqua potabile e di quella utilizzata per irrigare le colture, minaccia per le specie vegetali e animali marine, causa dell’immissione in atmosfera di sostanze altamente inquinanti nel caso in cui venga bruciato.

 

A gestire la materia, piuttosto delicata sotto più punti di vista, c’è una realtà che opera in Italia da ormai più di trent’anni: il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati (COOU), nato, come ci ha spiegato il suo Presidente, Paolo Tomasi, attraverso un Decreto del Presidente della Repubblica del 1982 con delle precise direttive: «Raccogliere l’olio usato e sensibilizzare il più possibile i cittadini sui danni ambientali che una sua cattiva gestione comporta».
Comunicare gli effetti provocati da una scarsa attenzione verso questo rifiuto è una delle attività insite nella mission del Consorzio, il primo di natura ambientale operante in Italia, che ha avuto a che fare con una normativa di riferimento in costante evoluzione.

 

«Tutto è nato da una Direttiva europea del 1975 che – spiega Tomasi – declinandosi nei vari contesti nazionali, in Italia ha dato luogo alla Legge 691 del 1982, poi modificata nel 2006 e nel 2008, con provvedimenti incentrati sulla particolarità del rifiuto “olio usato”. Ma un consistente cambiamento si è realizzato con la Legge 166 del 2009, attraverso la quale è stato attribuito al Consorzio un impegno aggiuntivo: non soltanto la raccolta e la sensibilizzazione in materia, ma anche lo smaltimento dell’olio usato attraverso il sistema della rigenerazione».

 

 

La Direttiva UE, infatti, privilegia il riutilizzo del prodotto e prevede che prima della combustione, cioè del recupero energetico, l’olio usato venga rigenerato, un’attività di cui il COOU si è fatto carico con importanti risultati: l’89% dell’olio raccolto viene indirizzato verso la rigenerazione. Attraverso la rigenerazione, infatti, è possibile recuperare un prodotto giunto alla fine del ciclo di vita e ricostituire un prodotto con caratteristiche perfettamente identiche a quello di provenienza da greggio.

 

«Basti pensare – aggiunge Tomasi – che dalla distillazione di 1 kg di olio usato si possono ottenere circa 680-700 grammi di nuovo olio base e un residuo, composto principalmente da bitume e gasolio, anch’esso recuperabile».

 

Con la rigenerazione, insomma, è possibile ottimizzare il ciclo e riutilizzare tutti i prodotti che vengono fuori dalla distillazione dell’olio usato; l’olio base che viene fuori dal processo rigenerativo ha le stesse caratteristiche di quello originario. Si tratta di un aspetto fondamentale che apre interrogativi interessanti su come potrà evolversi il rapporto tra la filiera del riciclo dell’auto e quella legata alla raccolta dell’olio usato. Il Presidente Tomasi ci spiega come la razionalizzazione d’uso che sta perseguendo il prodotto abbia portato nel tempo a una graduale decrescita dei quantitativi di olio lubrificante immessi sul mercato di riferimento del Consorzio: colpa della crisi, da una parte, o razionalizzazioni concretizzate nei settori dell’auto e dell’industria in generale, dall’altra, hanno portato le emissioni legate all’olio lubrificante dalle 650.000 tonnellate del 2000 alle 395.000 dell’anno scorso.

 

«Una Giulietta degli anni 60-70 – rammenta il Presidente – consumava un chilo d’olio ogni 1.000 chilometri; adesso una macchina evoluta ne consuma mezzo ogni 10.000 chilometri. Ma anche la quantità di lubrificante per unità prodotta, nel settore industriale, è andata gradualmente riducendosi e questo ha portato a una contrazione consistente del mercato di riferimento; in pratica, meno olio usato complessivamente prodotto in Italia, meno problematiche di natura ambientale».

 

Ad oggi il Consorzio riesce a raccogliere circa il 98% delle quantità di olio esausto recuperabili e a riciclare per intero quanto raccolto. Su tutto il territorio nazionale ci sono circa 70 strutture che raccolgono e stoccano l’olio esausto proveniente dai vari detentori (officine meccaniche, punti vendita della rete carburanti, comparti industriali). Attraverso delle autobotti, l’olio raccolto viene spedito al Consorzio che, dopo averlo analizzato e classificato da un punto di vista qualitativo, stabilisce se destinarlo alla rigenerazione, termodistruggerlo o inviarlo alla combustione (principalmente nei cementifici).

 

«Tutto quello che noi raccogliamo – assicura Tomasi – oltre a essere interamente riciclato, è controllato e analizzato affinché possa essere indirizzato al miglior utilizzo possibile».

 

Dal recupero di un rifiuto pericoloso e fortemente aggressivo per l’ambiente è possibile, dunque, ottenere prodotti utili alla vita dell’uomo e sostenere l’economia: dal recupero di basi lubrificanti, gasoli e un po’ di bitume attraverso la distillazione dell’olio usato, l’Italia ha risparmiato 3 miliardi di euro sulle importazioni di prodotti energetici. «Un fiore all’occhiello – conclude Tomasi – che serve a dare consapevolezza e a stimolare comportamenti responsabili».