• Articolo Tokyo, 14 marzo 2016
  • Riciclo della plastica? Ci pensa il batterio mangia-PET

  • Un gruppo di chimici giapponesi ha isolato da un impianto di riciclo della plastica un batterio capace di abbattere e metabolizzare il Polietilene tereftalato

Riciclo della plastica? Ci pensa il batterio mangia-PET

 

(Rinnovabili.it) – Il batterio Ideonella sakaiensis ha un debole per il PET, la plastica utilizzata per le bottiglie d’acqua. Al pari di alcuni miceti infatti, questo microorganismo è in grado di rompere e metabolizzare le catene polimeriche per soddisfare le sue esigenze nutritive. A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori giapponesi isolando per la prima volta il batterio  da un impianto di riciclo della plastica. Ora i ricercatori sono convinti di aver compiuto un importante progresso nello sviluppo di nuovi metodi per biodegradare in sicurezza il Polietilene tereftalato (PET).

 

Oggi il PET è utilizzato ovunque. Europa, Nord America e Asia sono le regioni che maggiormente sfruttano questo materiale per la produzione di imballaggi per bevande, ma dal punto di vista del riciclo vi sono enormi differenze da territorio a territorio. Senza contare che tuttora la biodegradazione non è tra le strategie di smaltimento praticabili per i polimeri derivati dal petrolio. Qualcosa potrebbe cambiare con il lavoro svolto dal chimico Shosuke Yoshida e colleghi.

 

image_3693-Ideonella-sakaiensisLa speciale capacità enzimatica del microrganismo è stata scoperta dopo che gli scienziati hanno passato al setaccio 250 campioni di PET prelevati da differenti impianti di riciclo.

Quello che lascia più stupiti è come I. sakaiensis si sia evoluto per nutrirsi di plastica in un tempo brevissimo, dal momento che la produzione di polietilene tereftalato è cominciata solo negli anni ‘70. In questo ridotto spazio temporale il batterio ha fatto un salto evoluzionistico non indifferente, adattando due suoi enzimi al metabolismo della plastica, che viene degradata in due monomeri eco-compatibili, l’acido tereftalico e il glicole etilenico. Unico inconveniente: l’intero processo dura nel migliore dei casi (ovvero quando il materiale di partenza è un film plastico sottilissimo) ben sei settimane.

 

E’ possibile, però, che gli scienziati siano in grado di accelerare il processo artificialmente intervenendo sull’ambiente o sulla genetica del microrganismo. “Abbiamo condiviso la possibilità del riciclo biologico della plastica”, spiega Yoshida, primo autore dell’articolo pubblicato su Scienze. “Vogliamo sviluppare questa scoperta in un’applicazione pratica. Questo è il primo passo”.

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