• Articolo Warnemünde, 3 gennaio 2019
  • Riciclo: la seconda vita dei container

  • Arrivano dalla Germania e dal Venezuela due esempi molto originali di riuso dei container, nel primo caso utilizzati per creare un ostello, nel secondo, invece, impiegati per la costruzione di un centro culturale di aggregazione sociale

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Da attrezzatura specifica per vari tipi di trasporto merci, oggi il container ha nuove e originali modalità di impiego

 

(Rinnovabili.it) – È interessante vedere come un container possa avere una seconda vita con nuove e originali possibilità di utilizzo. Da attrezzatura specifica utilizzata nei vari tipi di trasporto di merci, oggi il container ha nuove modalità di impiego, di sicuro molto alternative rispetto alla sua funzione d’uso originaria. Due esempi molto originali di riuso dei container arrivano dalla Germania e dal Venezuela. Nel primo caso i container sono stati utilizzati per creare un ostello che mescola l’eleganza urbana con il fascino dello stile industriale; nel secondo caso, invece, i container sono serviti alla riqualificazione di un’area abbandonata, che è stata trasformata in un centro culturale di aggregazione sociale.

 

L’ostello Dock Inn, infatti, si trova a Warnemünde, in Germania, ed è il primo ostello upcycled del Paese. Progettato da Holzer Kobler Architekturen e Kinzo Architekten, studi di progettazione con sede a Berlino, è composto da più container che sono stati riadattati per creare 64 camere, per un totale di 188 posti letto, tutte caratterizzate da un vivace design interno e tutte dotate di arredi recuperati. Essendo circondato dal porto locale e dal cantiere navale, l’ostello ha un design moderno e contemporaneo, con un richiamo però al tema del mare in tutti gli spazi, proprio per rendere omaggio al passato marinaro dei container. Ci sono diverse dimensioni di camere per gli ospiti, dalle stanze private agli spazi in stile dormitorio che hanno otto letti singoli. Le camere sono compatte, ma con interni eleganti e ampie finestre che permettono alla luce naturale di inondare gli ambienti. La struttura è stata anche dotata di alcuni spazi comuni, tra cui un ampio salone, una sala computer, la cucina, un ristorante in loco e anche un centro benessere sul tetto; anche in queste aree i progettisti hanno privilegiato l’utilizzo di diversi materiali di recupero per gli arredi, come i vecchi pallet.

 

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Dall’altra parte dell’oceano, invece, nella città di Guacara in Venezuela, i container sono serviti per dar vita a un centro di aggregazione culturale in un’area abbandonata e vandalizzata della zona. Si tratta della Cultural Production Zone, progettata dallo studio di architettura Pico Colectivo, un’area che mette a disposizione della comunità locale una programmazione di attività che spaziano da una piazza per lo skate, allo studio di registrazione, alla sala della musica. In questo caso i container sono stati sovrapposti alla struttura preesistente, nel tentativo di riattivare il sito depresso e affrontare la mancanza di spazi creativi. Completato nel 2016, il centro di 550 metri quadrati si sviluppa su tre piani: al piano terra si trova l’edificio originario, con lo studio TV, l’ufficio amministrativo, i bagni, lo studio di registrazione e la sala di controllo; le scale collocate all’interno di un container ad angolo portano al secondo e al terzo piano, dove si trovano, invece, la galleria espositiva, il laboratorio d’immagine, la sala prove e la sala di controllo, l’area riunioni e un bar all’aperto con vista sulla città. 

 

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