• Articolo , 30 aprile 2009
  • Acqua, il diritto negato

  • Il progressivo esaurimento delle riserve idriche sta trasformando l’acqua da risorsa fondamentale per la vita di tutti, a beneficio solo per pochi

“Ognuno ha diritto ad acqua sufficiente, sicura, accettabile, fisicamente accessibile ed economicamente sostenibile per uso privato e per uso domestico”. Queste parole rappresentano il diritto umano all’acqua, così come riportato nel Commento Generale del 2002 del Comitato Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). Purtroppo questo diritto è un traguardo ancora lontano.
La realtà oggi è che più di un miliardo di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile, e la metà della popolazione mondiale vive con meno di 1.000 metri cubi d’acqua pulita l’anno, ossia sotto il fabbisogno minimo stimato dall’ONU.
Il 71 per cento della superficie terrestre è ricoperto d’acqua, ma solo il 2,5 per cento di essa è dolce e quindi potenzialmente potabile. Il rimanente, infatti, si trova negli oceani e nei mari ed ha una salinità troppo elevata perfino per gli usi industriali, figuriamoci per quelli agricoli e domestici. Peraltro non tutta l’acqua dolce presente sulla Terra è immediatamente disponibile, perché la quasi totalità è contenuta nei ghiacci polari e nelle falde freatiche molto profonde, e soltanto meno dell’uno per cento si trova in laghi e fiumi ed è quindi facilmente accessibile.
Sebbene l’acqua dolce sia una risorsa limitata, se ne fa un notevole spreco. L’esplosione demografica e l’industrializzazione ne hanno aumentato il consumo mondiale di 45 volte negli ultimi tre secoli. L’agricoltura da sola utilizza più del 70 per cento di tutta l’acqua disponibile a causa di sistemi d’irrigazione antiquati. Ma anche le diverse attività industriali utilizzano quantità enormi di questa risorsa. Basti pensare che per produrre un paio di scarpe di cuoio ci vogliono addirittura 8.000 litri d’acqua e per una semplice T-shirt di cotone 2.000 litri.
Sono i Paesi industrializzati i maggiori consumatori e questo anche a causa della profonda disomogeneità nella distribuzione naturale delle riserve d’acqua dolce. Il 60 per cento di tali risorse si trova, infatti, in solo 9 Paesi e sono invece 80 le Nazioni, perlopiù in Africa settentrionale e Asia Occidentale, che si trovano in perenne stato di penuria.
La disuguaglianza nella distribuzione delle riserve idriche si riflette perciò sui consumi. Nel mondo occidentale industrializzato l’abbondanza d’acqua permette consumi pro capite molto elevati. Al contrario nei Paesi in via di sviluppo, spesso ubicati proprio nelle zone aride e semi aride del Pianeta, dove cade appena il due per cento delle precipitazioni globali, i consumi sono forzatamente limitati. Se per uso domestico un americano può consumare fino a 600 litri d’acqua al giorno, un bengalese arriva a mala pena a 45 litri al giorno.
Secondo l’autorevole ricerca Water Footprints of Nations del 2007, condotta dalla fondazione no-profit olandese Water Footprint Network, il primo Paese al mondo per consumo d’acqua sono gli Stati Uniti con 2.483 metri cubi pro capite l’anno, contro una media mondiale di 1.243 metri cubi l’anno. L’Italia non è da meno degli americani piazzandosi al secondo posto con 2.332 metri cubi l’anno, e presentando così i consumi idrici pro capite maggiori nell’Unione Europea.
È un dato significativo che i Paesi che consumano più acqua sono anche quelli che detengono la maggiore ricchezza globale. La differenza tra Paesi ricchi e poveri si misura quindi anche con l’accessibilità all’acqua e i suoi consumi.
La negazione del diritto all’acqua ha conseguenze spaventose. Stime dell’ONU riportano che ogni anno in tutto il mondo muoiono circa 8 milioni di persone per cause riconducibili alla sua carenza (solo nel 2006 ne sono morte ogni giorno 30.000).
Nei Paesi in via di sviluppo si muore non solo di sete, ma anche per malattie gravi e contagiose, come tifo, colera, salmonellosi, epatite, dissenteria, la cui insorgenza è associabile all’assenza d’acqua potabile e d’impianti fognari. La contaminazione da microrganismi patogeni del cibo e dei pozzi d’acqua e le scadenti condizioni igienico-sanitarie causano vere e proprie epidemie in molte regioni.
L’ONG svizzera Water Supply and Sanitation Collaborative Council stima che circa 1,2 miliardi di persone viva in case prive del sistema fognario e defechi perciò all’aperto, con tutte le conseguenze negative che questo comporta. E non succede solo nei Paesi del Sud del mondo. in Europa sono circa 140 milioni i cittadini che non hanno accesso ad acqua pulita e servizi sanitari, specialmente in Albania, Georgia, Montenegro e Macedonia.
Si muore anche per accaparrarsi l’acqua. Nelle zone più aride del Pianeta, infatti, l’acqua è diventata o un obiettivo strategico da colpire per indebolire l’avversario, o uno strumento di ricatto che serve a garantire la supremazia da parte di regimi nazionalisti.
“Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. Il monito del 1995 di Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, appare oggi più attuale che mai.
Dallo scontro diplomatico tra Turchia e Siria, che rischiò nel 1998 di sfociare in una guerra aperta a causa del primato turco sulle acque dell’Eufrate, a quello tuttora in corso dal 1996 tra Egitto da una parte ed Etiopia e Sudan dall’altra per le acque del Nilo, dalla secolare lotta tribale tra Masai e Kikuyu per l’uso delle acque del fiume Ewaso Kedong, fino al conflitto israelo-palestinese nel quale il controllo del fiume Giordano permette ad Israele di mantenere una posizione di predominio in una regione notoriamente arida, sono numerose nel mondo le guerre per l’acqua o in cui l’acqua gioca un ruolo determinante.
È lecito aspettarsi che nei prossimi anni s’inaspriranno gli attuali conflitti e ne scoppieranno altri laddove la scarsità e il dominio delle riserve idriche produrranno rivolte sociali e incidenti diplomatici.
L’emergenza acqua è dovuta a una congiuntura di fattori: da un lato continua a crescere la richiesta a causa dell’aumento non solo della popolazione mondiale, ma anche e soprattutto delle attività industriali (nell’ultimo secolo il tasso di crescita della popolazione è raddoppiato, ma il consumo d’acqua è aumentato di ben sei volte), dall’altro l’inquinamento delle fonti e i cambiamenti climatici stanno assottigliando la disponibilità di acqua pulita.
Le ingenti quantità di fertilizzanti e pesticidi usati in agricoltura, che finiscono direttamente nelle falde acquifere, di sostanze tossiche e di materia organica negli scarichi industriali e civili avvelenano sempre più riserve idriche, compromettendone, per di più, le capacità autodepurative. Il problema è particolarmente grave nei Paesi in via di sviluppo, dove non esistono impianti di trattamento delle acque inquinate.
Inoltre negli ultimi cinquant’anni è cambiata la distribuzione delle piogge con una diminuzione delle precipitazioni totali durante l’anno e con un aumento dei fenomeni intensi e di breve durata, che danno luogo ad un maggiore ruscellamento e ad un minore assorbimento da parte del suolo e di conseguenza a frequenti e più lunghi periodi di siccità. Si presume che tali cambiamenti siano stati innescati o comunque favoriti dall’aumento della concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera, che ha raggiunto il valore più alto degli ultimi 700.000 anni (385 ppm).
La National Oceanographic Atmospheric Administration (NOAA), importante centro di ricerca americano sul clima, stima che nei prossimi anni si avranno nella stagione secca consistenti diminuzioni di piogge (20-40 per cento in meno) in Europa meridionale, Africa settentrionale e meridionale, sud-ovest degli Stati Uniti e Australia occidentale.
Il rischio è un’intensificazione del fenomeno di desertificazione nei climi temperati, con l’effetto di una significativa riduzione nella produzione agricola, aumento d’incendi e distruzione di interi ecosistemi.
La desertificazione sta colpendo soprattutto l’Europa meridionale: Spagna, Portogallo, Italia e Grecia ne soffrono già da lungo tempo, ma negli ultimi anni anche la Francia non ne è immune.
In Italia, in particolare, l’inasprimento degli eventi meteorologici estremi, cioè siccità e alluvioni, assieme ad un eccessivo prelievo dai corpi idrici e a pratiche agricole sempre più intensive e invasive, stanno incrementando talmente l’inaridimento dei suoli, che, secondo gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA), il 27 per cento del territorio nazionale può essere considerato a rischio di desertificazione.
Le Regioni più a rischio sono Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna, dove il sovrasfruttamento e il conseguente abbassamento del livello delle falde ha causato nelle zone costiere l’intrusione d’acqua marina nelle falde stesse, rendendo di fatto inutilizzabili alcune riserve idriche sotterranee.
Si calcola che entro il 2025 tre miliardi e mezzo di persone (la metà della popolazione mondiale) dovranno affrontare gravi carenze d’acqua: è perciò urgente trovare soluzioni immediate per arginare il problema.
A differenza delle altre materie prime, l’acqua non è sostituibile e neppure è conveniente, da un punto di vista economico, trasportarla a grandi distanze. Quindi le soluzioni attuabili devono necessariamente prevedere direttamente in loco, laddove cioè si presenta la penuria, una maggiore produzione di acqua potabile e un minore spreco.
La desalinizzazione dell’acqua di mare potenzialmente potrebbe risolvere il problema della siccità nel mondo, garantendo un maggiore approvvigionamento. La tecnica oggi più utilizzata è quella dell’osmosi inversa che consiste nel far passare l’acqua attraverso speciali membrane filtranti. Tale tecnica, per quanto sia meno dispendiosa da un punto di vista energetico rispetto all’evaporazione, richiede comunque ben 6 chilowattora per produrre un metro cubo d’acqua, una quantità di energia piuttosto elevata, che rende costoso il trattamento. I costi comunque, grazie ai miglioramenti tecnologici, incominciano a scendere e la produzione di acqua desalinizzata nel mondo, che oggi si attesta all’uno per cento di tutta l’acqua potabile, è in crescita.
Ma nei Paesi poveri, dove mancano mezzi e soldi per la costruzione di qualsiasi infrastruttura, forse sono più facilmente e immediatamente attuabili soluzioni più semplici, che si rifanno alle antiche tecniche di raccolta e conservazione dell’acqua piovana.
Nello Stato indiano del Rajastan, per esempio, opera da alcuni anni l’organizzazione non governativa Tarun Bharat Sangh, che fornisce consulenza ingegneristica per la costruzione di piccole dighe in terra battuta. Le johad, così sono chiamate in Hindi questo tipo di dighe e i relativi bacini idrici, servono a raccogliere le piogge monsoniche e a combattere la sete nei piccoli e sperduti villaggi dell’India, dove i prolungati periodi di siccità rendono la terra troppo dura e secca per essere arata. Sono sorte già più di 4.500 johad in 1.000 villaggi, tutte costruite dagli abitanti della zona e con materiali trovati in loco. Una volta costruita la diga, il controllo dell’acqua è affidato alla popolazione locale, che quindi, essendo responsabilizzata, si prenderà cura nel tempo della propria johad. È un bel esempio di sviluppo sostenibile.
Gli sprechi maggiori d’acqua avvengono in agricoltura, che nei Paesi industrializzati arriva ad utilizzare fino all’80 per cento di tutta l’acqua dolce disponibile. Le tecniche tradizionali d’irrigazione, infatti, non tengono conto né dell’umidità, né della capacità di assorbimento dei terreni, perciò l’acqua irrigata per la maggior parte evapora o si disperde in superficie e la percentuale di spreco risulta così molto alta.
Per abbattere tali sperperi si possono utilizzare gli impianti a microgoccia, tecnologia ormai consolidata, che consente di portare solo la quantità d’acqua necessaria alle piante e solo dove serve, ossia alle radici, evitando le perdite per evaporazione e dispersione. Oltre all’acqua, con questo sistema si possono fornire alle piante nutrienti e fosfati, che andando direttamente alle radici, non si disperdono nel terreno e non vanno ad inquinare le falde.
Tutte le soluzioni per migliorare l’accesso all’acqua e per economizzare il suo uso sono state discusse e concordate da capi di Stato e ministri di 155 Paesi nel V Forum Mondiale dell’Acqua, tenutosi quest’anno a Istanbul, in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua (il 22 marzo), ricorrenza annuale istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per promuovere all’interno di ciascun Paese azioni concrete per combattere l’emergenza acqua.
Il Forum è un incontro internazionale organizzato ogni tre anni dal Consiglio Mondiale dell’Acqua (organo della Banca Mondiale), in cui esperti e ministri dell’ambiente si confrontano sulle scelte per tutelare l’acqua, la cui legittimità non è però riconosciuta dalle ONG che contestano la forte influenza delle lobby industriali.
Nel documento finale di quest’anno, infatti, sono stati presi solo impegni generici, riconoscendo sì il “bisogno all’acqua”, ma perdendo ancora una volta l’occasione per affermare il “diritto all’acqua”. Sono state deluse, perciò, le aspettative delle delegazioni dei Paesi africani, asiatici e latinoamericani, ma anche della Francia, che con il proprio ministro dell’ambiente, Chantal Jouanno, ha polemizzato apertamente contro il testo conclusivo del Forum.
I Governi mondiali si sono di nuovo piegati alla volontà delle multinazionali dell’acqua fortemente determinate a mantenerne il controllo per non perdere i propri introiti.
L’acqua rimane un diritto solo di chi può pagarla e l’obiettivo fissato dall’ONU di dimezzare entro il 2015 la percentuale di popolazione che non ha accesso ad acqua potabile e sanitaria, per ora appare soltanto come l’illusione di un assetato che vede un lago nel deserto. Un miraggio.