• Articolo , 29 maggio 2008
  • Associazioni ambientaliste: il nucleare non serve, più semplici le rinnovabili

  • Costi, sicurezza, tecnologia e tempi: ecco perché l’atomo è una falsa soluzione in un dossier presentato oggi a Roma

Hanno presentato questa mattina a Roma le ragioni della loro contrarietà all’atomo, Greenpeace, Legambiente e WWF durante una conferenza stampa congiunta. “Il nucleare è la fonte energetica più costosa che ci sia. Non ha risolto nessuno dei problemi di smaltimento delle scorie e di sicurezza degli impianti. Non è la risposta al mutamento climatico”. E’ questa la chiara posizione delle tre associazioni ambientaliste, ribadendo come la soluzione per fermare la febbre del pianeta e ridurre la bolletta energetica italiana è molto più semplice dell’opzione nuclearista rilanciata dal ministro Claudio Scajola ed è fondata sul risparmio, sull’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Greenpeace, Legambiente e WWF smentiscono tra l’altro che il nucleare sia economico: “Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare – si legge nel comunicato – è legato al costo di investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di ritorno di circa 20 anni. Se a questo si considerano anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti i costi diventano addirittura poco calcolabili. Tutti gli studi internazionali mostrano come sia la fonte energetica più costosa”. Altra posizione sostenuta è che il nucleare e la liberalizzazione del mercato siano incompatibili, non permettendo all’Italia di ridurre la bolletta energetica a causa degli alti costi e dei tempi lunghi di realizzazione delle centrali. “Per renderlo un pezzo consistente della produzione energetica nazionale occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse pubbliche. Servirebbero almeno 10 centrali, per un totale di 10-15mila MW di potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti (con il forte rischio di sottrarre risorse allo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica), senza dimenticare gli impianti di produzione del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie”.