• Articolo , 5 gennaio 2010
  • BEAR Architecten e KOW-X, sperimentazioni progettuali sostenibili

  • Riprendendo il discorso già avviato nell’articolo dello scorso 26 novembre “L’eccellenza dell’housing olandese” torniamo a parlare delle della sostenibilità ambientale applicata all’housing attraverso le sperimentazioni progettuali condotte dal gruppo olandese dei BEAR Architecten. Dal 2008 il gruppo BEAR (Bureau for Ecology, Architecture and Renovation) diventa parte integrante dei KOW Architecture, costituendone l’unità operativa denominata KOW-X, […]

Riprendendo il discorso già avviato nell’articolo dello scorso 26 novembre “L’eccellenza dell’housing olandese” torniamo a parlare delle della sostenibilità ambientale applicata all’housing attraverso le sperimentazioni progettuali condotte dal gruppo olandese dei BEAR Architecten.
Dal 2008 il gruppo BEAR (Bureau for Ecology, Architecture and Renovation) diventa parte integrante dei KOW Architecture, costituendone l’unità operativa denominata KOW-X, specificatamente dedicata all’area dell’architettura sostenibile e coordinata da Tjerk Reijenga, già fondatore dei BEAR.
Questo passaggio strategico e organizzativo risulta importante, in quanto permette di evidenziare il percorso evolutivo che si sta ormai compiendo, a livello internazionale, anche nel campo della progettazione sostenibile dell’architettura diffusa, riconducendone, di fatto, gli approcci metodologici e procedurali nell’ambito di una visione integrata del costruire e in un’ottica transdisciplinare dei processi di modificazione dell’habitat umano.
Il nucleo KOW-X/BEAR, per quanto riguarda lo specifico settore dell’housing sostenibile, pone quindi l’attenzione sugli effetti indotti dalle innovazioni tecniche nella quotidianità dell’abitare e sulla con-sapevolezza tecnologica che tali innovazioni comportano nella costruzione dello spazio abitativo. In altre parole, KOW-X/BEAR propongono una riflessione sulle relazioni di processo esistenti tra lo spazio, le energie del sito e le configurazioni architettoniche possibili, nella ricerca di una mediazione tra la cultura tradizionale del costruire e la nuova concezione sostenibile dell’abitare che la sensibilità contemporanea ci impone.
L’esito del progetto risulta quindi da un percorso complesso in cui si recupera il senso dell’architettare le trasformazioni dell’habitat, in una logica svincolata dal ruolo rigorosamente demiurgico del progettista, così da indirizzare i processi tradizionali del costruire verso una dimensione tettonica nuova e ambientalmente responsabile.
Come tende a precisare Tjerk Reijenga, l’iter formativo e sperimentale del progetto è incentrato sempre di più sul principio di progettazione ambientalmente ed energeticamente consapevole, partendo dalla visione del sistema costruttivo come interfaccia complessa di connessione con le risorse disponibili nel contesto.
Nel lavoro dei KOW-X/BEAR il processo costruttivo passa così attraverso una continua interpretazione e re-interpretazione di ciò che può delinearsi come luogo di interfaccia tra forze e componenti che agi-scono nel sito di intervento. Nelle loro proposte, lo spazio di interfaccia, si configura mediante lo studio dei flussi energetico-ambientali per configurare involucri edilizi o urbani come membrane osmotiche che tendono a relazionare le spazialità abitative interne con le dinamiche esterne del sito.

È quello che avviene in due loro recenti proposte, sviluppate in occasione di alcuni concorsi progettuali, sicuramente esemplificative di questo approccio multidisciplinare: la new town ecologica MOMA, nello Changsha, in Cina e l’insediamento residenziale di Tynaarlo a Groningen in Olanda.
In una fase come quella odierna, caratterizzata dall’incessante incalzare di proposte che tendono a ipotizzare scenari abitativi futuribili sempre più incentrati sull’innovazione tecnologica estrema, i KOW-X/BEAR ritengono che il vero problema progettuale sia da rintracciarsi in una progressiva operazione di mediazione e di ricollegamento tra la cultura locale del costruire e le spinte tecnologiche esogene. Sembra paradossale ma questa esigenza di mediazione tra le forze in gioco può apparire anche in una realtà come quella cinese, rappresentativa di una singolare alleanza tra la natura e il fare umano tradizionale.
Le proposte di costruzione di una new town nello Changsha, esplorano la possibilità di ripensare anche gli insediamenti urbani ad alta densità su presupposti ambientali. Flussi di verde, acqua, aria, irraggiamento solare, rifiuti, si intrecciano secondo nuove forme di contaminazione tra artefatti e natura, delineando un vero e proprio nuovo paesaggio insediativo, dove le scelte costruttive e formali sono dettate dalla logica dell’interazione continua tra i processi antropici e biologici.
Nel progetto per Tynaarlo che è suddiviso in tre fasce funzionali (rispettivamente distretti del giardino, del bosco e dell’acqua), la qualità complessiva dell’insediamento a bassa densità è data dalle relazioni dirette tra elementi naturali e costruttivi: il linguaggio finale è il risultato di un continuum inscindibile tra natura e architettura che, nel rapporto tra materiali e percezione degli spazi, restituisce anche alcuni aspetti dell’abitare tipicamente orientali.

All’interno di un iter che non esula dai tradizionali canoni del costruire, la progettualità dei KOW-X/BEAR è quindi fondamentalmente protesa a contribuire alla formazione di una nuova cultura dell’architettura diffusa. In questo loro percorso, il tema dell’innovazione tecnologica e, in particolare, il più generale fenomeno di innovazione tecnico-culturale sulle esigenze reali dell’abitare, diventano i problemi centrale del processo costruttivo.
Nella dimensione costruttiva del progetto, memori della tradizione moderna olandese ma attenti anche al più recente sperimentalismo tecnologico, manifestatosi soprattutto nell’housing dei Paesi Bassi, i KOW-X/BEAR, ad esempio, hanno orientato i progetti residenziali “De Groene Kreek” a Zoetermeer e “Oranjerie” a Leiden, entrambi in Olanda, procedendo verso una ricostruzione sistematica dei legami elementari con la cultura abitativa della quotidianità, e perseguendo modelli di progressiva integrazione del nuovo nella pratica del costruire.
I sistemi di involucro, pensati per abbattere i costi di esercizio e i consumi energetici, fino ad arrivare allo stato di Zero Energy house, delineano un’immagine che si pone a metà tra edifici urbani e rurali. Le stesse modalità di utilizzo dello spazio residenziale si pongono a definire un nuovo modello abitativo, intermedio, nei suoi ritmi e nelle sue regole, tra città e campagna.

Si tratta quindi di un impiego soft della tecnologia che non tende a infrangere il legame con la storia ma, attraverso uno sperimentalismo leggero, indaga ciò che le innovazioni tecnologiche possono aggiungere all’habitat tradizionale e ciò che dell’abitare contemporaneo rivela una impellente necessità di innovazione tecnologica. L’enfasi posta sul tema dell’involucro nel progetto di Eco-housing Roomburg a Leiden (NL) restituisce, per esempio, un’ottica di lavoro che tende a rintracciare nello “strato epidermico” delle costruzioni il luogo dove delineare configurazioni del cambiamento ragionevoli per il progetto. Superfici dove, predisponendo elementi di supporto e indicando specie vegetali e floreali appropriate, il progetto pensa non solo le prestazioni termo-acustiche degli involucri perimetrali, ma lascia agli utenti un margine di intervento e di personalizzazione che finiranno con il caratterizzare e differenziare l’aspetto stesso degli edifici.
Ed è proprio su questa ragionevolezza delle scelte di progetto che la filosofia dei KOW-X/BEAR assume una centralità fondamentale nel costruire, costituendosi come “spazio di ricerca” per forme di bilanciamento tra energie e risorse disponibili per la trasformazione dell’habitat.
È questo, forse, il tema centrale delle esperienze condotte fino a oggi dal gruppo olandese: una ricerca continua per comprendere e indirizzare l’innovazione tecnologica, delineando scenari che tendono non a rivoluzionare le pratiche dell’abitare diffuso, ma a tracciare alternative flessibili per le emergenze ambientali, climatiche ed energetiche attuali e future.

di Filippo Angelucci – Università degli Studi G. d’Annunzio Chieti-Pescara