• Articolo , 19 maggio 2008
  • Biocarburante “etichetta verde”

  • A Venezia si parla di biocombustibili che non siano in conflitto con l’ambiente e la sicurezza alimentare

Una volta si parlava di “etichetta nera” per un brandy italiano che creava un’atmosfera. Adesso si parla sempre di atmosfera ma abbinata ad una “etichetta verde”, quella che dovrebbe certificare che quel biocarburante non solo non è inquinante, ma viene realizzato con biomasse che non provengono da coltivazioni alimentari e non sottraggano spazi alle culture destinate a materie prime per il cibo. Di questo si discute al seminario internazionale “Biofuels e sviluppo sostenibile” per evitare appunto che questa fonte rinnovabile non entri in conflitto con l’ambiente e la sicurezza alimentare. A cura del ministero dell’Ambiente, realizzato in collaborazione con la “Harvard Kennedy School of Government” e la “Venice International University”, il meeting si tiene in questi giorni nell’isola di San Servolo a Venezia e vi prendono parte circa quaranta rappresentanti delle istituzioni europee, statunitensi e dei paesi in via di sviluppo, oltre ad esperti in materia ambientale, energetica e di sviluppo delle imprese private e di istituzioni finanziarie internazionali. “I certificati e le etichette – ha spiegato Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente e presidente della “Global Bioenergy partnership” – dovranno essere usati per assicurare lo sviluppo sostenibile, per migliorare l’ambiente, per promuovere l’equità sociale, non devono però diventare uno strumento per introdurre barriere commerciali”. I biocombustibili sono già un’opzione concreta ma occorrono progressi tecnologici affichè il loro sviluppo a breve e medio periodo possa essere ancora più adeguato. Una previsone dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, prefigura in un 8% la quota di biofuel che potrebbe essere raggiunta nel 2030 nella domanda mondiale di combustibili liquidi. Stima molto prudenziale visto che altri sostengono che i traguardi potrebbero essere ben più ambiziosi: un 20% nel 2030 e addiritura un 40% nel 2060. “La barriera a questa prospettiva di sviluppo – ha sottolineato Clini – non è rappresentata dai costi di produzione, ma dalla convergenza di interessi dell’industria petrolifera mondiale e delle politiche protezionistiche di USA e Unione Europea che applicano sussidi interni alle produzioni agricole e barriere tariffarie all’importazione dei paesi terzi”.