• Articolo , 25 maggio 2009
  • Biocarburanti al gusto d’anguria

  • Etanolo e farmaci salvavita dai cocomeri scartati dal mercato ortofrutticolo. Prosegue il filone di ricerca che dà nuovo valore ai rifiuti

Continua la ricerca di fonti alternative di carburante che facciano divenire il petrolio solo un lontano ricordo. A provarci è anche l’Agricultural Research Service (ARS), il polo di ricerca dell’omonimo dipartimento statunitense dell’agricoltura. Gli scienziati dell’ARS sono infatti riusciti a dimostrare che gli zuccheri semplici contenuti nel succo dell’anguria possono essere convertiti in etanolo. E’ cosa nota che questo tipo di biocarburante sia attualmente prodotto principalmente da colture come mais, sorgo e canna da zucchero che, non solo sono discutibili dal punto di vista della sostenibilità, ma offrono un rapporto terreno coltivato/prodotto ottenuto inferiore ad altre generazioni di biofuel.
Il centro non è nuovo a questo tipo di indagini: i lavori pubblicati finora dall’ARS hanno preso in esame una varietà di materiale da utilizzare come materia prima per la produzione di bioenergia, dalle foglie esterne della comune insalata ai gusci delle mandorle, dagli scarti derivanti dalla lavorazione delle arance a tutto ciò che avanza dai raccolti agricoli. E anche in questo caso è la porzione scartata dal mercato delle angurie ad interessare i ricercatori che hanno stimato che del raccolto statunitense dell’anno 2007 circa il 20% del totale, a causa di difetti e di deterioramenti, è stato dirottato a settori esterni al mercato ortofrutticolo.
In attesa di pubblicazione, gli studi dimostrano come questa porzione di scarto possa essere impiegata per l’estrazione di glucosio, fruttosio e saccarosio utili alla sintesi di bioetanolo con un rapporto 20:1 e per ottenere il massimo gli scienziati stanno cercando di degradare anche la crosta attraverso trattamenti chimici ed enzimatici; gli scarti possono inoltre essere ulteriormente processati per estrarre licopene e citrullina, molecole destinate all’industria farmaceutica, rendendo dunque l’intero processo di degradazione più economico.