• Articolo , 8 marzo 2011
  • Biocarburanti: i nuovi passi avanti del Doe

  • Nella ricerca di biofuel economici, la cellulosa ha dato prova di non riuscire a tenere testa alla strategia di bioprocessi e batteri geneticamente modificati sviluppata dai ricercatori del BioEnergy Science Center del Department of Energy

(Rinnovabili.it) – Il Segretario all’Energia americano, Steven Chu, si è ufficialmente congratulato con un team di ricercatori del *BioEnergy Science Center* del Doe, meritevoli d’aver raggiunto ancora un altro obiettivo chiave nella corsa verso i biocarburanti di prossima generazione: l’uso di batteri per convertire la materia vegetale direttamente in isobutanolo, che può essere bruciato nei motori delle auto regolari con un valore termico più elevato dell’etanolo.
“L’annuncio odierno è un ulteriore segno dei rapidi progressi che stiamo compiendo nello sviluppo di biocarburanti in grado di contribuire a ridurre la nostra dipendenza dal petrolio”, ha detto il segretario Chu. “Si tratta di un perfetto esempio delle promettenti opportunità che abbiamo per creare una nuova grande industria, una basata sui bio-materiali come paglia di grano, riso e mais, scarti forestali e piante coltivate specificamente per la produzione di biocombustibile che richiedono molto meno fertilizzante e altri input energetici. Ma dobbiamo continuare con una ricerca aggressiva e sforzarci in questa direzione”.

Il lavoro condotto dai ricercatori del centro, guidati da Oak Ridge National Laboratory, è riuscito per la prima volta a produrre isobutanolo direttamente dalla cellulosa, impiegando bioprocessi già consolidati. A differenza dell’etanolo, l’isobutanolo può essere mescolato in qualsiasi rapporto con la benzina e dovrebbe eliminare la necessità di infrastrutture dedicate nelle cisterne o nei veicoli. Per effettuare la conversione, gli scienziati hanno dovuto sviluppare un ceppo di _Clostridium cellulolyticum,_ un batterio normalmente non in grado di operare sia la digestione della cellulosa che la produzione di butanolo. “In natura – ha spiegato uno dei ricercatori – non sono stati identificati microrganismi che possiedono tutte le caratteristiche necessarie per l’ideale processo di biotrasformazione, quindi sapevamo che avremmo dovuto modificare geneticamente un ceppo per questo scopo”. E lo scopo è stato raggiunto.