• Articolo , 22 maggio 2007
  • Boco: il biodiesel italiano diventerà una realtà importante

  • Una Commissione stato/regioni definirà entro breve il potenziale agroenergetico italiano. Saranno i Distretti Energetici Regionali a “inventare” e gestire le filiere locali e verranno introdotti incentivi basati sul bilancio energetico delle materie prime

Il sottosegretario Stefano Boco è il politico italiano più rappresentativo nel settore delle agroenergie e dei biocarburanti in quanto è il titolare, presso il Ministero alle Politiche Agricole, della delega alle bioenergie.
È quindi la persona più competente per offrirci un quadro realistico del settore e per indicare quali sono concretamente le sue prospettive.

*MS* – *Onorevole Boco, qual è il suo parere sul Piano della Commissione Europea di ridurre di 13.000 tonnellate di Co2 il tetto italiano per il comparto produttivo?*
*SB* – A differenza di quanto alcuni dicono, credo che si tratti di un piano che, se applicato realmente e gestito con intelligenza, si possa trasformare nel nostro Paese in un’opportunità e non in un problema. L’Italia ha bisogno di fare un salto in avanti ripensando ad un modello produttivo che si connetta ad una nuova realtà energetica, realtà che in molti casi è ancora ferma ad una concezione “ottocentesca”. Oggi il nostro paese non può rimanere tra le grandi nazioni del mondo se non adotta queste ferme indicazione europee, che poi sono la conseguenza dei grandi protocolli internazionali come quello di Kyoto sul piano delle emissioni. Dobbiamo raccogliere la grande sfida che può trasformarsi davvero in opportunità, uscire dalla paura di ciò che non si conosce ed entrare finalmente in una fase evoluta, che ci leghi concretamente ai nostri bisogni futuri.

*MS* – *L’Italia ha subito la procedura di infrazione da parte di Bruxelles per non aver raggiunto la percentuale dell’1% di utilizzo di biocarburanti prevista dalla direttiva europea 2003/30. Di contro lei ha affermato che possiamo arrivare ad utilizzare ben il 10% di biocarburanti in cinque anni. Con quale strumento conta di ottenere questo risultato?*
*SB* – Le cifre sono sempre finalizzate, ovviamente, all’obiettivo che ci vogliamo dare. Noi abbiamo due ordini di problemi: il primo è quantitativo, rispetto all’1% che ci consentirebbe di rientrare negli obblighi della Comunità Europea, il secondo tecnico-qualitativo, relativo alle caratteristiche dei biocarburanti che sono un’opportunità da poco conosciuta in Italia e che vanno inquadrati in un contesto di scelte molto più ampie. Questa scommessa la vinceremo quindi, non tanto sul piano delle cifre e delle percentuali, ma determinando con quali prodotti e di quale provenienza realizzeremo i biocarburanti.

*MS* – *A questo proposito più volte lei ha indicato come uno dei principali problemi del settore la dipendenza dall’importazione estera. Quale piano ha previsto il Ministero a riguardo?*
*SB* – Effettivamente oggi i biocarburanti trasformati in Italia sono prodotti quasi totalmente da materiale di importazione. Io ritengo, a questo proposito, che anche se i bilanci economici sono vantaggiosi, bisogna fare importanti riflessioni su ciò che riguarda il bilancio energetico di questa modalità. Quindi, in futuro, quando parleremo di cifre, dovremo introdurre un fattore di premio che incentivi l’utilizzazione di prodotti nazionali nei confronti di quelli internazionali, ai quali comunque, spero in proporzioni molto minori, dovremo ricorrere. Ciò dovrebbe favorire lo sviluppo di una filiera di produzione di biocarburanti completamente italiana. Pensi che una tonnellata di olio di palma prodotta in una zona centrale del Brasile viene trasportata su un camion fino ad un porto sudamericano, caricata su una nave per attraversare Oceano e Mediterraneo, scaricata in un porto italiano, e infine trasportata nel luogo di trasformazione prima di arrivare ad essere finalmente utilizzata come prodotto finito. Parlando di una tecnologia che rientra nell’ambito delle fonti rinnovabili, ritengo questo approccio assolutamente negativo dal punto di vista del bilancio energetico finale.

*MS* – *A questo proposito ho letto che sono stati individuati 1 milione e 200 mila ettari nel territorio nazionale per utilizzazioni agroenergetiche. Con quale criterio e in quali zone sono stati scelti questi terreni?*
*SB* – A questa domanda le rispondo volentieri perché la considero centrale anche per le novità di questi giorni. Questa cifra, mai verificata, è un dato che gira da molto tempo nel nostro paese. Abbiamo definito un piano operativo, con il coordinamento degli assessorati regionali all’Agricoltura, per arrivare alla definizione esatta del potenziale agroenergetico italiano. Il ministero ha predisposto da pochi giorni un meccanismo operativo che raccoglierà, a breve, le indicazioni di ogni regione sul proprio potenziale agroenergetico. In questo modo passeremo finalmente da una fase virtuale, contraddistinta da cifre approssimative, ad una fase operativa che indichi con esattezza quanto il nostro paese possa mettere a reddito in questo settore.
Le agroenergie avranno un senso nel futuro dei biocarburanti solo se riusciremo a mettere in relazione il potenziale territoriale, che sia a scala nazionale o continentale poco importa, con la domanda. Non si tratta solo di un problema di percentuale, che per altro considero importantissimo, ma specialmente di scelta di strategie territoriali.

*MS* – *Una sorta di piano regolatore sulle potenzialità agroenergetiche nazionali?*
*SB* – Esattamente. Noi vogliamo sviluppare questo strumento attraverso la costituzione di veri e propri Distretti Agroenergetici su base regionale.

*MS* – *Lei indica come obiettivo privilegiato la creazione di una filiera biodiesel italiana, intesa come una grande opportunità per coniugare l’agricoltura di qualità con l’agricoltura energetica, ma è davvero possibile questo matrimonio?*
*SB* – La prima necessità che abbiamo è capire, come appena accennato, su quale potenzialità agroenergetica possiamo contare. Credo che il biodiesel non sia altro che la potenzialità di tante colture che noi già abbiamo e di altre che possiamo, in modo mirato, indirizzare verso finalità energetiche. In Italia siamo già in possesso di un matura realtà industriale per la trasformazione di prodotti vegetali in biodiesel. Il problema è come alimentare questo processo con continuità ed in modo organico. E’ necessario quindi realizzare delle filiere su scala locale che consentano di alimentare, in modo intelligente e con basso dispendio energetico, tale processo. Non le nascondo che abbiamo ancora delle difficoltà oggettive, costituite dall’alternanza di prezzi sul mercato internazionale, che spesso non segue il naturale rapporto tra domanda e offerta.

*MS* – *Mi sembra che in Italia ci siano stati approcci un po’ diversi sulla questione biodiesel: da una parte il Ministero dell’Ambiente insiste per una politica che incentivi la filiera italiana, dall’altra quello dello Sviluppo Economico che non crede in una “scelta esclusiva”, questa disomogeneità di obiettivi creerà problemi per ottenere risultai apprezzabili?*
*SB* – Lei mette in parallelo l’atteggiamento di due ministeri che sono diversi da quello che rappresento. Quindi devo valutare con rispetto questa considerazione, valutazione che peraltro mi sembra realistica. A mio giudizio dobbiamo andare in una direzione, che poi è quella che io reputo l’unica possibile: lo sviluppo della filiera agroenergetica locale. Esiste un libero mercato che nessun meccanismo legislativo nazionale può variare: un imprenditore italiano che oggi attiva un processo economico basato sulla trasformazione da biomassa, si trova a fare i conti con un mercato che premia indiscutibilmente le importazioni dall’estero delle fonti primarie. Dobbiamo creare la possibilità, attraverso un piano triennale o quinquennale di incentivazione sui prodotti locali, di abbassare gradualmente la percentuale di importazione fino ad arrivare ad una consistente componente nazionale.
Sono convinto che le agroenergie avranno senso economico quando l’intero sviluppo del bilancio ambientale, energetico e, se mi permette, sociale avranno la capacità di ricaduta sul territorio.

*MS* – *Mi sembra che una delle critiche maggiori di chi non crede allo sviluppo delle bioenergie in Italia sia: attenzione all’agricoltura no food perché può togliere spazio all’agricoltura food, che già versa in situazione critica…*
*SB* – Sono un convinto assertore che anche in questo caso non ci sarà un futuro dell’agricoltura no food, e quindi energetica, se non costituirà un matrimonio sinergico con l’agricoltura alimentare. Vorrei sottolineare che questo aspetto costituisce una fattore, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, di forte discussione. Dove l’auto sostentamento alimentare è ancora a rischio, la potenzialità dell’agroenergia costituisce un passaggio molto delicato. Personalmente ritengo che le agroenergie potranno sussistere sul nostro pianeta solo se costituiranno un supporto e non un nemico dell’agricoltura alimentare. In Italia ci sono due strade per perseguire questi obiettivi: la prima, come accennato, è di ottenere informazioni certe sul potenziale agroenergetico nazionale, la seconda sviluppando un mercato reale: saranno i prezzi a decidere il rapporto e lo sviluppo tra le due agricolture. Non ritengo comunque che la possibile competitività dei due settori possa creare degli ostacoli.

*MS* – *Ho letto di una macchina straordinaria, denominata KDV, prodotta in Germania e distribuita in esclusiva da un’azienda italiana, che produce fino a 12 mila litri di biodiesel puro da qualsiasi biomassa. Siamo davvero in presenza di una svolta tecnica epocale?*
*SB* – Per quello che mi riguarda mi sono sempre impegnato a sostenere tutti i progetti innovativi che il ministero ha ritenuto di interesse nazionale. In questo quadro la macchina a cui lei allude, che peraltro mi sembra sia ancora in fase di ingegnerizzazione, ha a mio giudizio grandi potenzialità e credo che possa, insieme a tante altre realtà tecnologiche, supportare lo sviluppo di questo settore nel nostro paese. Bisogna investire ancora molto nell’innovazione, fare in modo che ogni nuovo progetto possa essere testato e realizzato in fretta e in modo competitivo. Il nostro paese è rimasto per troppi anni fermo al palo nella corsa dell’innovazione tecnologica. Il sistema Italia ha perso varie sfide nel settore delle rinnovabili, ad esempio quella del solare di prima e seconda generazione. Bisogna recuperare il terreno perso, ed il settore delle biomasse può costituire un’opportunità economica concreta.
Sul terreno dell’energia ci giocheremo gran parte del futuro dell’umanità.
Dobbiamo essere in grado di mettere insieme tutte le tecnologie che ci consentano di produrre energia da fonte rinnovabile in un sistema ampio ed integrato per giungere a soddisfare il 20% o anche il 30% del nostro fabbisogno, arrivare ad un “rinascimento energetico” che inauguri una stagione che da decenni attendiamo.