• Articolo , 16 febbraio 2009
  • Buon compleanno, Kyoto

  • Sono quattro gli anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Facciamo il punto sul primo e così fondamentale, se pur non ottimale, accordo a livello planetario in merito al problema clima, ambiente ed energia

Oggi soffiamo sulle quattro candeline ricordando l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, anche se ben altro soffio ci vorrebbe per spegnere la fiamma assai più vasta del riscaldamento globale. E’ comunque un momento per fare il bilancio di un processo che il protocollo mise in moto e che si concluderà il 31 dicembre 2012.
E le domande sono molte. Quanti paesi che firmarono hanno poi ratificato il protocollo?
Quanti di quelli che lo ratificarono, stanno seguendo il percorso di riduzione dei gas serra stabilito e ne stanno rispettando le tappe intermedie?
Questo protocollo è comunque da considerarsi un evento storico, qualsiasi sia il suo risultato. Fu infatti la prima volta che, a livello planetario, fu affrontato in modo integrato e completo il problema della produzione dell’energia, delle emissioni di gas serra, dei danni che queste provocavano all’uomo e all’ambiente e la prima volta che un numero così alto di Paesi – anche se non tutti e soprattutto non i maggiori inquinatori – si impegnarono a ridurre la tossicità delle emissioni, industriali, domestiche, e di ogni altro tipo.

*La storia da Kyoto ad oggi*

Adottato l’11 dicembre 1997 durante la III Conferenza della Convenzione quadro sul clima (Unfccc) nell’omonima città giapponese, il famoso trattato internazionale è entrato in vigore il 16 febbraio del 2005, stabilendo l’obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di sei gas serra: anidride carbonica (Co2); metano (CH4); protossido di azoto (N2O); idrofluorocarburi (HFC); perfluorocarburi (PFC) e esafluoruro di zolfo (SF6). Ad aver ratificato l’accordo sono ad oggi 183 Paesi, ultimo dei quali la Turchia.
Per una panoramica attuale – aggiornata al 14/01/09 – dei paesi che hanno aderito e confermato, o non, la loro adesione al protocollo, vi proponiano la tabella e le note tratte dal sito del UNFCC su “Firma, ratifica e successive modifiche del Protocollo”:http://unfccc.int/files/kyoto_protocol/status_of_ratification/application/pdf/kp_ratification.pdf-
Sappiamo che la data di conclusione del protocollo è il 2012. E prevedeva per i paesi industrializzati una diminuzione media del 5,2% delle emissioni di gas serra a livello globale rispetto ai livelli ’90. Per l’Europa era previsto un taglio del 8%, in particolare per l’Italia si tratta del 6,5%, sempre rispetto ai livelli del ’90. Appendice e conseguenza del protocollo di Kyoto furono la conferenza di Bali in Indonesia nel 2007 e nello stesso anno, il 15 dicembre, la 13a Conferenza Onu sul clima (la cosidetta Cop13) che fissò una road-map che dettava i tempi dei negoziati. In questa sede avveniva il riconoscimento della necessità di un’azione internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici e per la prima volta si lanciò un processo che coinvolgeva sia i Paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo. Ulteriore tappa fu l’approvazione del famoso “Pacchetto Ue” in tema di clima ed energia, con il risultato di fissare come obiettivi per il 2020 il cosiddetto programma “20-20-20”: il taglio del 20% della Co2 rispetto ai livelli del ’90; il raggiungimento del 20% come quota di efficienza energetica e il traguardo del 20% come percentuale di energie da fonti rinnovabili nel mix energetico totale (per l’Italia la quota è stata fissata al 17%). L’obiettivo non era solo tecnico, ma anche politico, cioè di spingere il resto del mondo, in vista di un’approvazione di un accordo globale a Copenaghen, dove dovranno essere definiti gli obiettivi del dopo Kyoto, quindi dopo il 2012. Poi c’è stato il meeting a Poznan, in Polonia, nel dicembre 2008: un’altra Conferenza Onu sul clima (la Cop14). Era una riunione interlocutoria, soprattutto per definire un piano di lavoro per la successiva conferenza di Copenanghen.

*Kyoto e l’Italia: a che punto siamo*

Nonostante sia stato uno dei primi paesi a firmare e a ratificare l’accordo, in Italia alle parole non sono seguiti i fatti. Dopo il primo anno dell’attuazione del protocollo, nel 2008, invece dei tagli necessari in vista del -6,5% (tra il 2008 e il 2012) sul totale delle emissioni, vanno registrati aumenti delle emissioni del 9,9% (rispetto al 1990, data di riferimento per l’Italia). A questo va aggiunto una politica, per la verità per ora solo annunciata, che intende investire in un rilancio del carbone, (cosiddetto pulito) e del nucleare a sottraendo di fatto risorse allo sviluppo di energie da fonti rinnovabili e ad una maggiore efficienza energetica.
Ma soprattutto, e questa è la critica di fondo delle associazioni ambientaliste, l’Italia non ha una strategia sul rispetto degli obiettivi fissati a Kyoto, ma prende provvedimenti disorganici che per altro vengono, dicono gli ambientalisti, puntalmente disattesi. Ultimo esempio, il finanziamento di 200 milioni di euro del “Fondo rotativo” per Kyoto, prima reso noto dal Ministro dell’Ambiente e poi scomparso nel testo defnitivo della Legge Finanziaria per il 2009. Stessa sorte per i fondi necessari ad istituire il registro degli assorbimenti forestali, già previsti addirittura da una delibera CIPE del governo Berlusconi nel 2002, anche loro spariti nel testo dell’ultima Finanziaria.
Invece sono rimasti i 42 milioni destinati a sostenere i progetti all’estero, (consentiti dai meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto).
Circa 42 milioni destinati ad acquisire “crediti” per progetti finanziati all’estero sono invece rimasti. Se questi crediti andranno a beneficio delle aziende significherà che saranno i cittadini a sostenere i costi per la compensazione delle emissioni di gas serra delle aziende private e sarebbe una palese e inaccettabile contraddizione del principio “chi inquina paga” introdotta dal Protocollo di Kyoto. Se invece i crediti finissero allo stato, non vi sarebbe sicurezza che quelli finanziati dal Governo siano progetti capaci di rispettare i target di emissioni ambientali previsti.

*Cosa dicono gli ambientalisti*

A commento di questa situazione italiana, Maria Grazia Midulla, responsabile del programma Clima del Wwf Italia, fa osservare che non sono in vista ”Nessun piano di investimento, né strategie che facciano cambiare rotta al paese”: l’Italia sul fronte dell’emergenza clima appare immobile. Anche se a causa della recessione c’è una tendenza spontanea alla flessione delle emissioni questa è insufficiente ai fini del target di Kyoto e dannosa perché – spiega l’esperta del Wwf – potrebbe convincerci a non fare nulla, quando il senso del protocollo è quello di innescare un trend virtuoso e un meccanismo di mercato orientato al taglio delle emissioni”.
Il G8 del prossimo luglio riveste un ruolo importante dal punto di vista ambientale, è opinione della responsabile del Wwf, anche per ”trovare i fondi necessari per promuovere l’adattamento ai cambiamenti climatici e il taglio delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo”.
In effetti il 2009 costituirà un anno decisivo per le trattative sul clima, in vista della Conferenza Onu di Copenaghen. Per il Wwf il traguardo da fissare per il post-Kyoto resta “il taglio dell’80% delle emissioni al 2050 e una riduzione delle stesse tra il 25% e il 40% entro il 2020″. Spiega Midulla “all’ultima Conferenza Onu di Poznan, a dicembre 2008, c’era un’aria di attendismo nei confronti dell’amministrazione Obama”. Sempre secondo la responsabile del Wwf a dare una ”scossa” al quadro dei negoziati sono state la posizione della Ue espressa a gennaio, e i segnali dal Senato Usa di accelerazione sull’approvazione di una legislazione nazionale in materia di cambiamenti climatici ed energia.