• Articolo , 29 novembre 2010
  • Cancun, vertice senza speranze?

  • Un nuovo round di negoziati sul clima si apre oggi nella penisola dello Yucatan, con quasi 200 nazioni riunite nella speranza di trovare un accordo su una serie di temi caldi che ancora dividono paesi ricchi e in via di sviluppo

“Con la volontà politica e una prospettiva pragmatica, Cancùn può essere l’inizio di una nuova era di accordi sul cambiamento climatico”. Patricia Espinosa Ministro degli Affari Esteri del Messico e Presidente entrante della COP 16/CMP 6 ne è convinta e sfida così le previsioni pessimistiche fatte in questo anno da più di una voce sull’atteso vertice Onu sui cambiamenti climatici che si è aperto ufficialmente questo pomeriggio in Messico. Il summit, necessario a risollevare il Pianeta dal nulla di fatto, lo scorso anno, a Copenaghen, sembra per molti già perso in partenza al punto da aver ricevuto una tiepida accoglienza anche a livello mediatico. La “sedicesima Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici dell’Unfccc”:http://cc2010.mx/es/ non sembra dunque prendere il via sotto i migliori auspici, nonostante il rischio di un nuovo fallimento porti con sé gravi ripercussioni. Non si tratterebbe infatti solo di un ulteriore ritardo sul piano d’azione globale. L’ennesimo mancato accordo potrebbe rendere reale il pericolo di uno squilibrio sulla scacchiera dei negoziati mondiali, emarginando progressivamente dai colloqui internazionali le economie emergenti, e dunque le più vulnerabili alla minaccia climatica. Finora il numero totale dei capi di stato partecipanti non è stato reso noto ma di sicuro non mancheranno le organizzazioni non governative, gli istituti di ricerca e le imprese che presenzieranno con ‘l’altra voce’, quella che vuole, senza ‘se’ e senza ‘ma’, un accordo di ferro più ambizioso del debole patto sottoscritto lo scorso dicembre dalla Cop 15. Ottantacinque paesi hanno infatti preso impegni specifici per ridurre le emissioni o quantomeno per limitarne la crescita, ma tali promesse non raggiungono neanche lontanamente quanto necessario per mantenere la crescita della temperatura terrestre entro quel limite dei due gradi celsius stabilito dal mondo scientifico. Le recriminazioni che hanno seguito il vertice danese non hanno potuto non sollevare diversi interrogativi sulla possibilità che i negoziati potessero mai funzionare.

Ma Christiana Figueres, l’alto funzionario delle Nazioni Unite sul clima, ha affermato che le capitali mondiali sono perfettamente a conoscenza della crescente urgenza e che il migliore risultato che ci si possa aspettare da Cancùn è quello di veder realizzata la cornice negoziale per un nuovo Accordo multilaterale, con la prospettiva di discutere quest’ultimo negli incontri Unfccc di Johannesburg nel 2011 e di Rio nel 2012.
In attesa che partano i negoziati veri e propri, nel tentativo di concordare una nuova agenda politica globale contro il Climate Change, arrivano gli appelli da parte delle associazioni ambientaliste come il WWF o Greenpeace e dal mondo industriale come nel caso della SolarCop16, pronta a presenziare per puntare i riflettori sulla propria ricetta anti surriscaldamento globale.
L’Oxfam ha colto l’occasione per lanciare questa mattina un nuovo rapporto “Ora più che mai: negoziati sul clima che fanno la differenza per chi ne ha più bisogno”:http://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/oxfam-cancun-media-briefing-2010.pdf. Il documento mette in luce il delicato rapporto esistente tra catastrofi naturali e cambiamenti climatici, spiegando come nei primi nove mesi di quest’anno, 21mila persone sono morte a causa di disastri legati al clima; un valore doppio rispetto all’intero 2009. “Quest’anno abbiamo visto intere popolazioni soffrire e perdere ciò che è a loro più caro a causa di disastri legati al clima estremo. Un fenomeno che probabilmente peggiorerà, perché i cambiamenti climatici stanno stringendo la loro morsa sul pianeta”, dichiara Tim Gore, autore del rapporto di Oxfam sottolineando come il 2010 abbia già registrato più eventi climatici estremi della media degli ultimi dieci anni, che ammonta a circa 770 l’anno.

Sul tavolo dei grandi della Terra aspettano questioni come concordare i fondi e le strategie per preservare le foreste pluviali così come il quadro di riferimento in materia di adattamento ad un clima che va facendo via via sempre più caldo. L’obiettivo ideale sarebbe di ottenere il _fast track_ di 30 miliardi di dollari promessi alla COP 15 e ancora assenti per poi puntare ai 100 miliardi di dollari entro il 2020.
Si cercherà inoltre di formalizzare gli obiettivi esistenti sulla riduzione delle emissioni di gas serra, finora proposti ma non ufficializzati ed il meccanismo per la cooperazione e la condivisione del know how tecnologico.
Ma quello che questo summit dovrà riuscire a fare è ricucire lo strappo tra paesi industrializzati ed economie emergenti, entrambi sempre più arroccati nelle posizioni personali. Due blocchi contrapposti capeggiati dalle posizioni dominanti degli Usa, inquinatore storico, che vorrebbe un impegno vincolante condiviso e stringenti meccanismi di monitoraggio e dalla Repubblica Popolare Cinese, il più grande inquinatore attuale, che preme affinchè le nazioni sviluppate facciano di più sul piano ambientale. Al dichiarato braccio di ferro Obama-Jiabao si aggiungono le posizioni minori, quelle dei più vulnerabili come nel caso dell’AOSIS, l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari che si è detta più che mai intenzionata a definire una data entro la quale si dovrà obbligatoriamente avere un valido accordo climatico globale, capace in primo luogo di tutelare i 42 stati dell’AOSIS dall’innalzamento dei livelli del mare. L’Alleanza ha in questi giorni ribadito – ed è pronta a rifarlo sul palco messicano – l’importanza di un target ben al di sotto di 1,5 gradi Celsius sopra i livelli pre-industriali, richiedendo misure più stringenti sia ai Paesi industrializzati che alle principali economie emergenti come la Cina.
In tutto ciò l’Unione Europea appare più defilata, sebbene oggi Connie Hedegaard, commissaria responsabile dell’Azione per il clima, abbia ribadito l’intenzione di accettare l’istituzione di un quadro internazionale ambizioso sul clima. “Purtroppo alcune altre grandi economie non lo sono – ha affermato la Hedegaard. – A Cancun si dovranno compiere progressi sostanziali. È possibile se tutte le parti daranno prova della necessaria volontà politica”.
Per “l’UE”:http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/10/627&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en è importante che il vertice messicano consenta di fare i passi avanti necessari per stabilire “le grandi basi dell’architettura del futuro regime internazionale sul clima”. Si tratta spiega una nota stampa di Bruxelles di “trovare un accordo sulla portata del pacchetto di decisioni” che comprendano:
* _l’ancoraggio_ al processo dell’ONU degli impegni in materia di emissioni assunti nel quadro dell’accordo di Copenaghen;
* le norme sulla trasparenza (MRV);
* la riforma e l’espansione dei meccanismi del mercato del carbonio;
* un meccanismo di riduzione della deforestazione tropicale; norme contabili inerenti alla gestione delle foreste per i paesi sviluppati;
* l’adattamento ai cambiamenti climatici;
* la governance del futuro Fondo verde per il clima di Copenaghen;
* le emissioni prodotte dal trasporto aereo e marittimo internazionali.