• Articolo , 10 marzo 2010
  • Cina e India nell’Accordo di Copenhagen

  • Con l’ok di Pechino e Nuova Delhi si completa il quadro dei Paesi del Basic che hanno già comunicato la loro adesione dall’Accordo di Copenhagen. L’attesa ora si concentra sull’ultimo grande inquinatore che ancora manca all’appello: la Russia

Le due più potenti e più discusse economie emergenti hanno detto sì. Ed è un si carico di significato dal momento che si riferisce alla sottoscrizione formale dell’Accordo di Copenhagen. Il testo redatto lo scorso dicembre durante il vertice Onu, svuotato di quella ambizione in cui speravano fortemente Nazioni Unite ed opinione pubblica, prevede in sostanza il limite di due gradi all’aumento della temperatura media terrestre congiuntamente alla creazione di un fondo di 30 miliardi di dollari l’anno nel triennio 2010-2013 e di 100 miliardi di dollari per il periodo dal 2012 al 2020. Ora Cina e India chiudono il cerchio dei grandi Paesi in via di sviluppo e dopo l’ok di Brasile Sud Africa e Messico annunciano la volontà d’essere “inclusi nella lista” delle Nazioni aderenti all’accordo, dimostrando dunque l’intenzione di non rimanere fuori da un’azione climatica globale e condivisa, seppure con alcuni distinguo.
Nonostante sia il Primo Ministro indiano Manmohan Singh che il premier cinese Wen Jiabao fossero nella stanza in cui si ratificò l’intesa, entrambi i capi di stato rifiutarono di inserire i nomi dei loro paesi nel preambolo del documento, adducendo come motivazione il fatto che non fosse stata adottata dalla tutta la conferenza, con l’India proprio prima oppositrice.
Pechino ha confermato la sua adesione in maniera ufficiale tramite una lettera firmata da Su Wei, il principale negoziatore della Repubblica, e destinata al Segretariato dell’Onu sui Cambiamenti Climatici.
Il bisogno di non sentirsi pressati dalle nazioni ricche in termini di impegni vincolanti e obblighi si riflette nelle parole del ministro dell’Ambiente, Jairam Ramesh, attraverso cui il governo indiano ha reso noto d’esser pronto ad accettare formalmente l’accordo: “L’india ha accettato di aggiungersi alla lista dopo un attento esame. – ha detto Ramesh – Crediamo che la nostra decisione di essere elencati rifletta il ruolo da noi giocato nel dare forma all’Accordo di Copenaghen e ciò rafforzerà la nostra posizione negoziale sui cambiamenti climatici”. Solo lo scorso mese Nuova Delhi lo scorso mese aveva ricevuto una lettera dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) per ribadire la richiesta ad entrare nel paragrafo introduttivo del documento, ma nel farlo oggi non può fare a meno di ricordare le proprie condizioni: che sia un documento politico e non giuridicamente vincolante o ritagliato sui risultati da raggiungere e che sia impiegato come input per i negoziati e non una traccia esterna.
Ad oggi ricordiamo che sono 40 i Paesi sviluppati che hanno inviato a Yvo de Boer, Segretariato dell’Unfcc, gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni al 2020, con la pecca di avere però date di riferimento differenti fra loro, mentre tra quelli in via di sviluppo 30 hanno fornito le informazioni sui loro piani di mitigazione; in tal senso l’impegno presentato dalla Cina è quello di un taglio del 40% della CO2 atmosferica entro il 2020, mentre l’India cercherà di ridurre l’intensità delle emissioni del PIL dal 20 al 25% entro il 2020, e per entrambi i livelli di riferimento sono quelli registrati nel 2005. Mentre si organizza il prossimo negoziato ‘formale’ sui cambiamenti climatici targato Onu, l’incontro di aprile a Bonn, ancora nulla si sa dell’ultima grande voce inquinante che manca all’appello, ossia la Russia.