• Articolo , 19 dicembre 2009
  • Copenaghen: bicchiere mezzo pieno o del tutto vuoto?

  • Nessuna soluzione vincolante, niente date o livelli di emissioni, solo generici impegni nazionali, molta scontentezza generale dopo due settimane di trattative e un rush durato fino a notte fonda. Soddisfatta solo la Cina, la nazione che più ha frenato una soluzione condivisa e vincolante. Gli Usa hanno portato a casa il minimo possibile, forse quello che interessava ad Obama. Gli altri, Ue in testa, sono decisamente insoddisfatti

(Rinnovabili.it) – “Non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un importante primo passo”. Questa dichiarazione fatta da Barack Obama prima di ripartire per gli Stati Uniti, mentre le delegazioni proseguivano il confronto, rivela tutti i limiti della conclusione della Conferenza di Copenaghen.
Da una parte quello politico: per varie ragioni soprattutto i grandi del mondo, a iniziare da Usa e Cina, sono refrattari a stabilire precise quantità di tagli e scadenze da rispettare e ancor più a un’autorità esterna che abbia il potere di controllare e sanzionare. D’altra parte una motivazione economica. L’impatto dei costi per ammodernare il comparto industriale e gli impianti, in particolar modo sulle grandi nazioni in via di sviluppo (vedi soprattutto Cina e India), potrebbe rallentare la crescita di quei paesi che, come si dice, sia pure nel mezzo di questa crisi economica planetaria, stanno tirando fuori il collo. Questo li spinge a dilazionare il più possibile gli oneri per ridurre le emissioni di gas serra.
Ma una domanda è lecita: e tutti gli altri, tutte le altre centinaia di paesi che partecipavano? Gli europei sono del tutto insoddisfatti, a partire da Sarkozy che ha commentato duramente: “La mancanza di numeri sui gas serra è un fallimento. Questo vertice ha dimostrato il limiti del sistema Onu, pari a quelli di una bolla di sapone”.
Più diplomatico, ma comunque negativo quello che un portavoce dell’Ue ha confidato: “È molto meno di quanto speravamo, ma un accordo è meglio di nessun accordo e mantiene vive le nostre speranze”. Più deciso il disappunto del presidente della Commissione europea, Barroso, che ha espresso una profonda delusione e che durante la conferenza stampa delle due di stanotte, sia pur a malincuore, ha dovuto confermare le parole del funzionario: “Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”.
Anche i paesi come il Brasile non lesinano il loro sconcerto e tramite il suo ambasciatore infatti il governo sudamericano si è lamentato del fatto che alla fine si è venuti a Copenhagen solo per decidere di darsi un altro appuntamento.
ll vertice di Copenhagen doveva, come da programma, chiudere i battenti ieri alle 18.00. Il negoziato invece è andato avanti fino a notte fonda per poi giungere ad un testo che in definitiva è gradito solo alla Cina e che suscita critiche nonché durissime reazioni da parte degli altri Stati e dalle varie organizzazioni non governative ed ambientaliste.

h4{color:#D3612B;}. La bozza: cosa contiene? Cosa manca?

Si tratta dell’aumento della temperatura globale che occorrerà contenere sotto i 2 gradi centigradi in base ai livelli pre-industriali. Il problema dei Paesi poveri è stato affrontato con lo stanziamento di un budget che entro il 2020 dovrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari all’anno, sia perché si dotino di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili e pulite, che per far fronte ai cambiamenti climatici. Questa dunque l’intesa che Obama ha raggiunto con il cinese, Wen Jabao, l’indiano Manmohan Singh e il sudafricano, Jacob Zuma.
Ma si può parlare di accordo quando la maggior parte dei Paesi partecipanti non è soddisfatta e vengono esclusi inoltre temi di rilevanza assoluta?
Come accennavamo infatti fuori dalla cosiddetta intesa rimangono diversi problemi nodali come la quantità della riduzione di CO2 al 2020 (su base delle emissioni del 1990 o del 2005), scadenze precise e l’istituzione di un’autorità di controllo con veri poteri.
Infine non si potrebbe parlare di accordo dal momento che, da regolamento, esso prevede l’unanimità e quindi l’assemblea plenaria dei 192 paesi si è protratta nella notte: proprio perché sul documento finale è necessario il voto unanime e alcuni paesi si sono opposti ad accettare supinamente quello che Obama ha definito accordo, concordato solo con Cina, Venezuela e India e Sudafrica.

h4{color:#D3612B;}. Il caso Cina

La resistenza della Cina alle pressioni che Obama ha voluto (e potuto) esercitare e all’opposizione di gran parte degli Stati partecipanti è la prova, se ce ne fosse stato bisogno, di quanto la potenza asiatica ormai sia in grado di influenzare, e pesantemente, le decisioni politiche ed economiche mondiali.
E’ illuminante, per capire meglio il comportamento e l’atteggiamento del governo cinese, quello che riportiamo qui di seguito: come il loro organo radiofonico ufficiale all’estero, “Radio Cina International” abbia raccontato e commentato la Conferenza di Copenhagen.
_”Dopo avere presenziato la conferenza dei leader del Summit di Copenhagen sui cambiamenti climatici, il pomeriggio del 19 dicembre, ora locale, il premier cinese Wen Jiabao è ritornato a Beijing. Wen Jiabao ha raggiunto Copenhagen il giorno 16 su invito del primo ministro della Danimarca Lars Lokke Rasmussen. Durante il suo soggiorno nella città, Wen Jiabao ha avuto incontro con una decina di leader dei paesi partecipanti al Summit e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon per scambiare le opinioni sulla risposta ai cambiamenti climatici, e ha pronunciato un importante discorso alla conferenza dei leader illustrando complessivamente la posizione, le proposte e le misure del governo cinese sul problema della lotta ai cambiamenti climatici”._
Tutto qui, quasi fosse stata una formalità diplomatica espletata dal presidente cinese. Nessun cenno alle settimane di trattative, all’importanza del tema, ai contrasti, come si trattasse di un piccolo summit di poca rilevanza, tenuto “laggiù” nella piccola Europa che interessa solo marginalmente Pechino.

h4{color:#D3612B;}. Il futuro

Mentre alcuni paesi, come l’Unione Europea, hanno comunque deciso che andranno avanti per la loro strada, il vertice rimanda ad altri incontri. Il primo a gennaio, tra i paesi industrializzati, per tentare di stabilire delle quote nei tagli di gas serra e le eventuali date. Poi ci dovrebbe essere un altro incontro a Bonn in giugno che dovrebbe essere preparatorio per il successivo summit a Città del Mexico in luglio che potrebbe costituire la sede per prendere accordi definitivi.
Ma certo questa fallimentare esperienza di Copenhagen ha messo in evidenza, senza più alcun dubbio, come i particolarismi nazionali, legati alle questioni economiche siano più forti anche delle emergenze ambientali e come la riluttanza alla cooperazione e ad accettare autorità e controlli sovranazionali, sia oggi dominante.
Si tratta di una sconfitta per gli ottimisti, che fino all’ultimo avevano sperato in una conclusione positiva. Forse non una sorpresa, ma certo una delusione ulteriore per tutti i movimenti e le associazioni ambientaliste. Insomma questo finale oscuro lascia una ferita sul tessuto ambientale, politico, sociale mondiale che inevitabilmente favorirà le contrapposizioni, i sospetti, le incomprensioni, tutti elementi che non potranno giovare all’atmosfera dei prossimi negoziati.
Anche l’Onu, Ban ki Moon, il suo segretario e Yvo de Boer, delegato della Nazioni Unite a questa Conferenza, escono piuttosto indeboliti e con una credibilità ridotta.
Alla fine, sommando tutto, siamo dell’avviso che non ci sia alcun elemento per credere che l’appuntamento di Copenhagen sia stato positivo, al contrario è probabile che sarà ricordato come un’ombra nel cammino alla lotta al global warming e al climate change.