• Articolo , 11 dicembre 2009
  • Copenhagen, la situazione al quinto giorno

  • Dopo cinque giorni di lavori, e in vista della pausa di domenica, vediamo quali sono le posizioni dei partecipanti, i problemi sul tappeto, gli ostacoli ancora da superare

(Rinnovabili.it) – Inizia oggi il quinto giorno della più discussa e dibattuta conferenza mondiale del 2009. Domenica ci sarà una pausa e i lavori riprenderanno lunedì 14. L’attesa è però tuta per venerdì 18 dicembre, giorno in cui arriveranno i capi di stato, tra cui Barack Obama.
Intanto tentiamo di riassumere quali sono le posizioni e le situazioni al quinto giorno.
Una delle questioni più dibattute e su cui non si riesce ad trovare un accordo è il finanziamento di sei miliardi che dovrebbero essere destinati ai paesi in via di sviluppo per poter fronteggiare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Ad esempio, tra i 27 paesi dell’Ue fanno da freno a questo accordo le perplessità di alcuni paesi tra cui Francia, Germania e Italia. Comunque nel corso del vertice Ue è stato ribadita la disponibilità ad aumentare il taglio dal 20% al 30% le emissioni di gas serra entro il 2020, sempre che altri paesi industrializzati concordino su tale programma .
“Un obiettivo difficile, visti gli attuali livelli delle emissioni – ha ripetuto più volte in questi giorni Yvo de Boer, segretario generale della Conferenza Onu sul clima – Un programma realizzabile solo a patto che i paesi ricchi mostrino un maggior livello di ambizione, che i paesi in via di sviluppo limitino l’incremento delle loro emissioni e infine che ci siano adeguate risorse finanziarie. Se queste tre condizioni sono soddisfatte, allora si puó fare”.
Intanto nel G77 (i paesi in via di sviluppo) Cina, India, Brasile, Sudafrica e Sudan rifiutano qualsiasi imposizione da parte dei paesi industrializzati, dichiarano la loro volontà di attenersi al protocollo di Kyoto, anche dopo il 2012, concordano sul mantenimento al disotto dei 2° il global warming e infine ribadiscono che i paesi industrializzati devono puntare ad una riduzione delle emissioni del 40% sulla base del 1990.
Dal canto suo la Francia, con il suo presidente Sarkozy, si è dichiarata favorevole al taglio del 30% della CO2 da realizzarsi prima possibile insieme ai tutti i paesi Ue. Stessa posizione della Gran Bretagna che ha rilanciato con la diffusione del documento firmato da ben 1700 scienziati, affinché non ci siano dubbi sulle cause antropiche dell’aumento della CO2 nell’atmosfera e del conseguente riscaldamento globale.
Più debole e criticata la posizione americana, il cui impegno sulla riduzione si aggira “intorno al 17% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Questa è la dichiarazione di Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, che ha definito il presidente Barack Obama “convinto che sia possibile raggiungere un accordo significativo a Copenaghen, incoraggiato dai progressi realizzati nelle recenti discussioni con i leader di Cina e India”.