• Articolo , 1 giugno 2010
  • Dalla Finanziaria una spada di Damocle sulle rinnovabili

  • C’era una volta il mercato dei Certificati Verdi… e a dire la verità c’è ancora ma con qualche non trascurabile differenza. Il meccanismo che assicurava l’equilibrio tra domanda e offerta e al tempo stesso una garanzia di sostegno alla crescita delle fonti rinnovabili, ha ricevuto un duro colpo dalla manovra finanziaria varata dal governo e […]

C’era una volta il mercato dei Certificati Verdi… e a dire la verità c’è ancora ma con qualche non trascurabile differenza. Il meccanismo che assicurava l’equilibrio tra domanda e offerta e al tempo stesso una garanzia di sostegno alla crescita delle fonti rinnovabili, ha ricevuto un duro colpo dalla manovra finanziaria varata dal governo e pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale dopo la firma del Presidente Napolitano. Come già annunciato nei giorni passati il testo del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n.78 recante _“Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”,_ riporta all’articolo 45 l’abolizione retroattiva dell’obbligo di riacquisto da parte del Gestore dei Servizi Energetici dei Certificati Verdi (CV) in eccesso in dote agli operatori delle rinnovabili. Introdotti nel 1999 tramite il decreto che stabiliva l’obbligo d’immissione nel sistema elettrico nazionale d’una quota minima di elettricità “rinnovabile”, tali titoli hanno dato vita a un importante mercato, in cui la domanda è data dai soggetti sottoposti all’obbligo e l’offerta è costituita dai produttori di elettricità con impianti aventi diritto agli stessi certificati.
A partire dal 2008, entro giugno di ciascun anno, il GSE, su richiesta del produttore ritirava i CV in scadenza nell’anno (i titoli hanno una validità triennale) in eccesso rispetto a quelli necessari per assolvere l’obbligo, sistema che garantiva tra l’altro l’elusione di eventuali speculazioni derivanti dall’oscillazione artificiosa dei prezzi dei CV.
Ancor prima che Napolitano emanasse il decreto-legge le associazioni di settore e le organizzazioni ambientaliste avevano manifestato apertamente il proprio dissenso e la propria preoccupazione senza tuttavia sortire alcun effetto. La misura bollato da più voci come un “errore incredibile” non solo, di fatto, congela un meccanismo dimostratosi efficace a stabilizzare il mercato ma getta un’ipoteca sul fattore occupazionale legato alle rinnovabili. La mossa congelerebbe titoli per un valore di diverse centinaia di milioni; secondo quanto riportato dall’Autorità per l’energia nel 2012 l’ammontare dei pagamenti per i CV sarà *superiore al miliardo di euro* e poiché la misura sarebbe retroattiva, andrebbe a colpire anche l’acquisto obbligatorio per il triennio 2009-2011 stimato per il solo 2009 *pari a 650 milioni di euro*.
Da una prima analisi svolta dall’Anev la manovra risulterebbe in grado di compromettere seriamente le iniziative già in essere, che nel solo settore eolico al 2009 vedono occupati circa 25.000 lavoratori (con un incremento di circa 5.000 unità nel solo anno 2009), tra settore e indotto e tutti gli investimenti in corso di finanziamento a discapito di quel trend tutto positivo che in questi ultimi tempi è riuscito anche a sfidare la crisi economica.
Come ha tenuto a sottolineare anche Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente, l’effetto sarebbe, innanzitutto di far crollare il prezzo dei certificati verdi, limitando il ritorno degli investimenti già realizzati e di quelli programmati. Al crollo del prezzo di scambio ed alla certa fase di stallo nell’investimento in nuovi impianti – predicono le associazioni – seguirà quasi certamente un blocco di nuove assunzioni e una perdita di occupazione. A destare il maggiore disappunto sono soprattutto due questioni come spiegano i diretti interessati: innanzitutto questo provvedimento, basandosi un meccanismo di mercato e non su finanziamenti pubblici, non avrebbe alcun effetto per le entrate dello Stato. Inoltre _“presenta profili di illegittimità rispetto alla modifica retroattiva del sistema che – si legge nella nota stampa – andrebbe a generare sui progetti già in essere una grave situazione di insolvenza i cui effetti sarebbero, oltre ai danni economici indicati in centinaia di milioni di euro e di perdita di livello occupazionale, anche i mancati benefici ambientali che a loro volta genererebbero al 2020 costi inaccettabili e insostenibili per il sistema Paese”._