• Articolo Roma, 25 febbraio 2011
  • Dammi da bere! Non so se posso…

  • Ieri, a Roma, una giornata dedicata ai problemi sociali, politici ed economici dell’acqua, al dramma di chi non ne ha e ai metodi per assicurarne una corretta gestione

Soltanto l’1% delle risorse idriche presenti sul nostro pianeta sono potabili e, sebbene nell’arco di un secolo il loro consumo sia quadruplicato, oggi l’acqua è un bene che scarseggia e i mezzi per reperirla sono insufficienti. Si è aperta così ieri mattina la prima sessione di Dammi da bere, la giornata di studio organizzata da Greenaccord con il supporto della Provincia di Roma, dedicata ai problemi sociali, politici ed economici connessi a uno dei bisogni primari dell’uomo: l’acqua.

 

Per oltre un miliardo di persone l’impossibilità di accesso all’acqua rappresenta un qualcosa di drammatico e, a mano a mano che aumenteranno i rischi legati all’approvvigionamento idrico, aumenterà anche il fenomeno delle migrazioni ambientali, che potrebbe portare con molta probabilità a conseguenti crisi militari. Per il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha fatto recapitare alcune sue considerazioni agli organizzatori del convegno, si tratta di una tra le sfide più impegnative che l’umanità dovrà affrontare e in cui è necessario che la comunità scientifica e quella industriale possano cooperare. “Per approdare a un nuovo modello di sviluppo sostenibile – ha detto il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, sebbene impossibilitato a partecipare, è voluto ugualmente essere presente con un video-messaggio – servono attenzione, pianificazione e coerenza“.

 

Gli approcci utilizzati nella gestione dell’acqua non sono più appropriati, non sono stati pensati per quella che sarebbe stata la situazione del XXI secolo ed è per questo che oggi non si può più seguire solo le logiche di mercato, ma è prioritario cercare di affrontare la questione in maniera integrata, partecipata e democratica.
Nigel Watson, del Centre for Sustainable Water Management dell’Università di Lancaster, cita il caso del Bacino del Fraser, un’area grande quanto il Regno Unito sulle coste centrali del Canada, in cui la risorsa idrica è sempre stata gestita in modo frammentato fino agli anni 90, momento in cui la tendenza si è invertita con la costituzione del Comitato del Bacino del Fraser. Composto da tecnici, rappresentanti delle istituzioni locali e cittadini, il Comitato ha affrontato le problematiche in atto attraverso la cooperazione, la condivisione e la partecipazione di tutti i cittadini, atteggiamento che, secondo Watson, potrebbe servire da esempio anche per il resto del mondo. Sono tanti i summit a livello mondiale che cercano di identificare principi sostanziali da tradurre in politiche internazionali capaci di affrontare la crisi idrica. Riuscire a raccogliere quante più informazioni possibili, significa avere a disposizione un background di elementi utili per trovare soluzioni adeguate. Se poi consideriamo che la crisi idrica è strettamente legata a quella climatica, allora è facile capire quanto il concetto di sicurezza non assuma più solo connotazioni politiche e militari, ma anche ambientali.

 

L’umanità è sempre stata cosciente del fatto che il clima subisse variazioni (Aristotele è l’autore del primo libro sulla climatologia), ma perché oggi i cambiamenti climatici sono un problema?
Per il Direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, Antonio Navarra, ci troviamo in una situazione eccezionale. La concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, che attualmente ha raggiunto i 400 ppm, sta aumentando a dismisura e, sulla base dei modelli elaborati a livello mondiale, ci dobbiamo attendere un incremento di 2°C della temperatura e una diminuzione del 20% delle precipitazioni; fattori a cui va a sommarsi anche l’aumento della salinità del Mar Mediterraneo, dovuto al minore afflusso di acqua dolce dal fiume Nilo. E si tratta di fenomeni che, nonostante si manifestino in una determinata zona del pianeta, vanno a stravolgere l’intero sistema climatico.

 

Per capire cosa sia la crisi idrica basta fare qualche raffronto: per produrre un chilogrammo di riso sono necessari dai 1.900 ai 5.000 litri d’acqua, per la medesima quantità di carne bovina ne servono 16.000, tanti quanti quelli necessari a produrre un chilo di microchip. Ogni prodotto riflette un quantitativo d’acqua legato ai processi necessari per produrlo, la cosiddetta acqua virtuale, un concetto che ci aiuta a capire cosa significhi perseguirne un uso più efficiente. “Considerate che il 40% dell’acqua che esce dalle nostre abitazioni – ha dichiarato Juliet Christian-Smith del Pacific Institute – è reflua e potrebbe essere riutilizzata per altri scopi. Proprio perché le risorse idriche stanno scarseggiando, è necessario rendere consapevoli gli utenti finali dei loro consumi“, cosa che il Pacific Institute sta cercando di fare sul proprio sito web, da cui è possibile scaricare un programma in grado di calcolare i consumi. E si tratta di una consapevolezza che potrebbe tornare utile anche nelle implicazioni sociali e politiche legate alla scarsa disponibilità della risorsa idrica, come il sopra citato fenomeno delle migrazioni industriali.

 

Dammi da bere, un’imposizione che contiene il concetto di diritto, perché l’acqua è un monopolio naturale e un bene insostituibile per la civiltà umana. Per il Governatore del World Water Council (WWC), Hachmi Kennou, è un diritto inalienabile e un elemento imprescindibile dall’energia. “Non c’è acqua senza energia e non c’è energia senza acqua“. È la conclusione a cui è giunta anche la Conferenza di Cancoon, nel 2010, e sulla quale, come ha annunciato Kennou, potrebbe incentrarsi anche il forum che il WWC sta organizzando per il 2012.

Dopo un’analisi dello scenario internazionale, nella sessione pomeridiana, presieduta da Andrea Masullo, Presidente del Comitato Scientifico di Greenaccord, la giornata si è focalizzata sulla situazione italiana che, tra l’altro proprio in questi giorni sta vivendo un clima piuttosto caldo in vista del referendum di primavera.

 

Ad aprire i lavori è stato Maurizio Pettine, Direttore di IRSA-CNR, che ha dato subito alcuni dati. Le risorse idriche terrestri ammontano a 1.410 milioni di miliardi di m3; nella classifica sul consumo mondiale di acqua, l’Italia si trova al quarto posto con 2.332 m3 procapite l’anno, preceduta da USA, Grecia e Malesia. Per Pettine, la sostenibilità della risorsa idrica è minacciata dall’aumento della domanda, dovuto a processi sociali e fattori economici, dalla variabilità nella distribuzione del ciclo idrologico e dai livelli di idoneità qualitativa. Fattori a cui vanno aggiunte, poi, le criticità connesse all’inquinamento: nitrati in agricoltura, metalli e microinquinanti organici, arsenico, inquinanti obsoleti (tutti quei prodotti banditi dal commercio e smaltiti in modo improprio nell’ambiente) e inquinanti emergenti (pesticidi, erbicidi, insetticidi, prodotti plastici e farmaceutici). “Si tratta di sostanze – ha precisato Pettine – che influenzano il sistema endocrino e che potrebbero quindi avere effetti molto gravi sulla salute umana”.

 

A cambiare un po’ il punto di vista sull’argomento ci ha pensato Andrea Bossola, Direttore dell’Area Industriale di ACEA: “Stiamo parlando dell’acqua quando il problema vero in Italia sono le infrastrutture!”. Per Bossola l’Italia è un Paese che non tiene né alle infrastrutture né alle generazioni future. Per garantire nei prossimi dieci anni un’erogazione d’acqua puntuale e disponibile 24 ore su 24, sono necessari 4,2 miliardi di euro all’anno. “Sapete – ha chiesto Bossola – quanto si è investito in Italia nel 2010? 25 euro per abitante”. Basta fare due rapidi conti per capire il rischio che correranno le nuove generazioni…

 

Sul tema delle infrastrutture è tornato anche l’Assessore alle Politiche del Territorio e Tutela Ambientale della Provincia di Roma, Michele Civita,secondo il quale non ci sono abbastanza risorse da investire. “Entro il 2040 – ha detto Civita – serviranno oltre 60 miliardi di euro, circa 2 miliardi all’anno da investire in nuovi acquedotti, fognature, sistemi di depurazione e manutenzioni ordinarie. Di questi, solo l’11% viene finanziato dallo Stato”. Accenna anche al problema della dispersione, che nel 27% dei casi è dovuta agli allacci abusivi alla rete di idrica (percentuale che in Germania è del 7%) e alla non efficace manutenzione (in Italia bisognerebbe sostituire ogni anno 3.400 chilometri di acquedotti).

 

Secondo la vigente normativa nazionale, l’acqua è un bene demaniale, statale quindi proprietà dei cittadini, così come le infrastrutture sono pubbliche e assolutamente non alienabili. Ma c’è anche chi ci mette in guardia, come ha fatto Paola Chirulli Ordinario di Diritto Amministrativo della Facoltà di Economia della Sapienza: nel corso degli anni passati casi di espropriazione ce ne sono stati. Secondo la Chirulli, dalla Legge 166 del 2009 non ci dobbiamo aspettare una soluzione ottimale al problema della gestione dell’acqua: “Non a caso siamo arrivati a un referendum, con il quale decideremo se privatizzarla, favorire una gestione mista pubblico-privata oppure se affidarla e società interamente pubbliche”.

 

Insomma, privatizzazione sì o privatizzazione no? Un interrogativo che divide molti, ma sul quale i presenti al convegno si schierano in maniera piuttosto univoca: privatizzare l’acqua sarebbe fisicamente impossibile. Non si è sicuri che l’ingresso dei privati possa risolvere la questione e portare benefici ai cittadini. Forse servirebbe un’authority che stabilisca le tariffe, controlli e sanzioni, ma forse servirebbe un nuovo sistema di diritto perché l’authority da sola potrebbe non bastare. Tra pochi mesi vedremo cosa succederà.
Per l’accesso all’acqua e per il controllo delle fonti, nel Sud del mondo da tempo si combattono guerre sanguinose, a causa delle quali milioni di persone sono costrette a esodi biblici. Affrontare il problema il maniera globale significa pensare al nostro benessere e a quello delle generazioni che verranno, per continuare ancora a dare loro da bere.