• Articolo , 9 gennaio 2009
  • Decrescita, l’opzione per un futuro sostenibile

  • Quanto ancora potremo “crescere”? Fino a quando potremo usare in modo progressivo le risorse naturali? Quanto potremo aumentare i nostri consumi? E saranno solo le crisi economiche come quella che stiamo vivendo le uniche e sole a poter regolare una crescita indefinita e lasciata di fatto nelle mani del libero mercato e della globalizzazione?

Per chi si occupa dei problemi inerenti alle fonti rinnovabili d’energia, alle conseguenze dell’inquinamento, ai disastri causati da gas serra e dai conseguenti cambiamenti climatici, è inevitabile, attualmente, imbattersi in una serie di riflessioni. Ampliando la visuale al medio lungo termine, ci si rende conto che per contenere i problemi ambientali non si devono solo ricercare delle soluzioni tecniche. Esiste un problema a monte, e questo è di tipo politico. Ciò significa interrogarsi sui principi dei governi che amministrano i vari stati del mondo, sul loro modo di gestire le risorse naturali, di organizzare sia la struttura produttiva-industriale che la ridistribuzione delle risorse finanziarie. Insomma non basta immettere meno CO2 nell’atmosfera (e sì che ne abbiamo un impellente bisogno!), ma occorre ripensare la visione delle nostre vite personali, la struttura politico-sociale, le basi su cui è fondata la nostra economia e l’idea di una crescita indefinita della produzione, della ricchezza del Pil, dell’espansione dei mercati che sta alla base del mondo attuale.
E questo ovviamente oggi non può essere tema di pertinenza di un singolo stato. La globalizzazione rende indispensabile un approccio planetario e quindi sempre più difficile da adottare. Questo anche a causa delle grosse disparità di problemi (sociali, economici, politici…) tra paesi ormai in un’era post-industriale e quelli in via di sviluppo. Tra le nazioni più povere e quelle che stanno emergendo dallo stato di necessità e si affacciano appena adesso al mercato mondiale.
Abbiamo fatto questa premessa per introdurre l’argomento che vogliamo trattare: la “teoria della decrescita, cosa che faremo con un taglio giornalistico, nel modo più chiaro e comprensibile possibile perché a nostro avviso ha molto a che fare con l’applicazione delle energie tratte da fonti rinnovabili che è l’argomento fondamentale che il nostro giornale tratta quotidianamente. Ma i nostri più assidui lettori si saranno resi conto come ogni giorno riportiamo news e trattiamo temi che, partendo dall’informazione sulle energie da fonti rinnovabili, toccano non solo argomenti scientifici e tecnologici, ma anche quelli che coinvolgono la politica internazionale, si occupano di situazioni sociali e riguardano l’ambito economico-finanziario.

h4{color:#D3612B;}. Le basi della Teoria della Decrescita

Il termine “decrescita” fu coniato dallo statistico-economista Nicholas Georgescu-Roegen, rumeno, professore alla Sorbona e quindi alla Vanderbilt University di Nashville, il quale nella sua teoria dell’economia ecologica sosteneva che come ogni altra anche la scienza economica, deve fare i conti con le leggi della fisica, e, a suo avviso, soprattutto con il secondo principio della termodinamica, per cui al termine di qualsiasi processo la qualità energetica (vale a dire la possibilità che l’energia usata abbia la possibilità di poter essere usata di nuovo) peggiora invariabilmente rispetto allo stato iniziale.
E quindi, sosteneva Georgescu-Roegen, la produzione di beni materiali fa decrescere la disponibilità energetica nel futuro.
Ma nel processo economico non solo la qualità dell’energia peggiora, ma anche la materia riduce tendenzialmente la possibilità di essere usata in successivi processi economici. Quando le materie prime concentrate in giacimenti nel sottosuolo vengono disperse nell’ambiente, hanno una scarsa probabilità di venire reimpiegate nel ciclo economico e se ciò avviene, spiega Georgescu-Roegen, si verifica intanto in misura assai minore, e comunque richiedendo un notevole dispendio di energia.
L’economia ecologica di Georgescu-Roegen sostiene quindi che la materia e l’energia entrano nel processo economico con un livello di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da tutto questo la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.
_(Vedi anche “L’economia politica come estensione della biologia”; Conferenza tenuta all’Università di Firenze il 14 maggio 1974, Note Economiche – Monte dei Paschi di Siena, 2, 5-20 – 1974)_

h4{color:#D3612B;}. Serge Latouche e la Teoria della Decrescita

La teoria della decrescita vede come principale e più famoso esponente Serge Latouche, economista e filosofo francese, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e all’Institut d’Etudes du devoloppement économique et social (IEDS) di Parigi. Questa teoria viene basata su una serie di principi che elenchiamo qui di seguito:

* *Il funzionamento del sistema economico attuale dipende essenzialmente da risorse non rinnovabili*. Così com’è, non è quindi perpetuabile. I sostenitori della Decrescita partono dall’idea che le riserve di materie prime sono limitate, particolarmente per quanto riguarda le fonti di energia, e ne deducono che questa limitatezza contraddice il principio della crescita illimitata del PIL, e che, anzi, la crescita così praticata genera dissipazione di energia e crescente dispersione di materia. Alcuni sostenitori della teoria (in particolare Vladimir Vernadskij), mutuando dalla seconda legge della termodinamica il concetto di entropia, ritengono che la crescita del PIL comporti una diminuzione dell’energia utilizzabile disponibile, e della complessità degli ecosistemi presenti sulla Terra, assimilano la specie umana ad una forza geologica entropizzante.

* *Non v’è alcuna prova della possibilità di separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico*. La ricchezza prodotta dai sistemi economici non consiste soltanto in beni e servizi: esistono altre forme di ricchezza sociale, come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, le buone relazioni tra i componenti di una società, il grado di uguaglianza, il carattere democratico delle istituzioni, e così via. La crescita della ricchezza materiale, misurata esclusivamente secondo indicatori monetari può avvenire a danno di queste altre forme di ricchezza.

* *Le società attuali non percepiscono, in generale, lo scadimento delle fondamentali qualità della vita*. Esse sono drogate da consumi materiali considerati futili (telefoni cellulari, viaggi aerei, uso costante e non selettivo dell’auto ecc.) non percepiscono, in generale, lo scadimento di ricchezze più essenziali come la qualità della vita, e sottovalutano le reazioni degli esclusi, come la violenza nelle periferie o il risentimento contro gli occidentali nei paesi esclusi dallo (o limitati nello) sviluppo economico di tipo occidentale.

* *La teoria della decrescita sostenibile non implica evidentemente il perseguimento della decrescita in sé e per sé.* La teoria si pone invece come mezzo per la ricerca di una qualità di vita migliore, sostenendo che il PIL consente solo una misura parziale della ricchezza (un incidente d’auto, ad esempio, è un fattore di crescita del PIL) e che, se si intende ristabilire tutta la varietà della ricchezza possibile, allora è urgente smettere di utilizzare il PIL come unica bussola.

Ma il pensiero di Latouche non si limita solo a questo, infatti, nei suoi scritti e nei suoi discorsi si evidenzia la sua posizione contraria all’occidentalizzazione del pianeta e si dimostra invece un sostenitore di quella che lui stesso chiama “decrescita conviviale” e del “localismo” in contrapposizione alla standardizzazione e all’omogeneizzazione dovuti alla globalizzazione.
Conosciuto per i suoi lavori di _antropologia economica,_ Serge Latouche, sostiene il concetto dell’_economico,_ riallacciandosi al concetto di “economia sostanziale”, cioè quell’insieme di attività produttive capaci di fornire i mezzi materiali per il soddisfare i bisogni delle persone.
La sua posizione è decisamente critica quindi, rispetto al concetto di sviluppo e alle tradizionali nozioni di razionalità ed efficacia economica, come pure del consumismo e della razionalità strumentale. Nelle sue argomentazioni indica come soluzione la liberazione da parte della società occidentale dalla sua connotazione _economicista,_ per cui tutto viene riportato all’aspetto economico, ponendolo come valore di riferimento per tutte le attività e le strutture non solo produttive.
Altrettanto forte la sua avversione alla pretesa della civiltà occidentale-industrializzata di imporre al resto del mondo (nelle intenzioni e/o nei fatti) il proprio sistema di valori, di sviluppo e di struttura economico-finanziaria, valori che la cosiddetta “parte nord del mondo” considera adeguati per tutto il mondo.
Le critiche a Latouche si appuntano tra l’altro sul fatto che demonizzando così il concetto dell’universalismo, si scivola nel relativismo e nel particolarismo, sottolineando che, pur criticabile, la globalizzazione non è tutta da buttare. I critici del _localismo_ fanno notare come proprio questo particolarismo, interpretato come l’esaltazione delle culture specifiche e locali ha non di rado provocato divisioni e lotte in nome di una ristretta, spesso anche egoistica, visione della propria identità.
Latouche risponde a queste accuse spiegando che invece è proprio all’universalismo, frutto dell’ideologia occidentale, di un occidente che di fatto (con la potenza economica o le guerre) ha sempre cercato di instaurare imperialismo culturale al resto del mondo. E infatti Latouche rivendica invece l’importanza di “…valorizzare l’aspirazione a un dialogo fra le culture, a una coesistenza delle culture. Per questo alla prospettiva dell’universalismo va opposto piuttosto un universalismo plurale, che consiste nel riconoscimento e nella coesistenza di una diversità, e nel dialogo fra queste diversità”.

h4{color:#D3612B;}. Serge Latouche ha detto

* *Uno scienziato francese, Hubert Reeves*, molti anni fa raccontava questa favola. Un giorno un vecchio pianeta nelle sue divagazioni incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. Allora dice: «Come stai?». La Terra risponde: «Non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale». «E come si chiama questa malattia?». «Si chiama umanità». «Ahh – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge».

* *La crescita* è il problema e il rimedio è di cambiare completamente il sistema di funzionamento.*

* *Sviluppo sostenibile è un’impostura*, un ossimoro come dire, una luce oscura, dal momento che lo sviluppo, che l’unico sviluppo che noi conosciamo è quello che è sorto nella seconda metà del 700 in Inghilterra, dalla rivoluzione industriale e cioè una guerra economica contro gli uomini e degli uomini contro la natura.

* *La società della crescita* si può definire come una società dominata da un’economia improntata, per l’appunto, al principio della crescita, dal quale tende a lasciarsi fagocitare. La crescita fine a se stessa diventa così l’obiettivo primario della vita, se non addirittura il solo. Ma una società di questo tipo non può essere sostenibile, in quanto si scontra con i limiti della biosfera. Se si assume come indice dell’impatto ambientale del nostro stile di vita l’«impronta» ecologica, misurata in termini di superficie terrestre, i risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell’equità dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di rigenerazione della biosfera. Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo lontanissimi dall’uguaglianza planetaria, e più ancora da una civiltà sostenibile, per la quale non potremmo sfruttare più di 1,4 ettari a testa – e per di più con il presupposto che la popolazione rimanga al livello attuale.

* “… *E’ relativamente facile concepire energie alternative*, che consentono comunque di non cambiare il sistema e continuare a produrre e consumare nello stesso modo. Invece se si vuole ragionare di risparmio di materia, bisogna rivedere interamente la logica del sistema…”

h4{color:#D3612B;}. La via italiana alla Teoria della Decrescita

In Italia la Teoria della Decrescita non ha avuto ancora un riconoscimento accademico (cattedre, corsi di laurea, master di specializzazione), ma non per questo il movimento non abbia i suoi rappresentati. Ad esempio Maurizio Pallante tra i fondatori, con Mario Palazzetti e Tullio Regge del “Comitato per l’uso razionale dell’energia” (CURE) nel 1988, svolgendo attività di ricerca e di saggistica nel campo del risparmio energetico e delle tecnologie ambientali. Anche Mauro Bonaiuti con il suo libro “Obiettivo Decrescita” e poi Andrea Masullo docente di Teoria dello Sviluppo Sostenibile all’Università di Camerino, responsabile dell’Unità Clima e Energia del WWF Italia e nel Consiglio Direttivo di ISES Italia – Sezione dell’International Solar Energy Society, autorevole esponente del movimento della decrescita che ha appunto in Serge Latouche uno dei suoi più rilevanti esponenti.

h4{color:#D3612B;}. Bibliografia e link utili

* “Biographie de Serge Latouche”:http://www.decroissance.info/Bibliographie-de-Serge-Latouche
* *S. Latouche*, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007
* *P. Cacciari*, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Cantieri: Carta – Edizioni Intra Moenia, Roma – Napoli, 2006
* *S. Latouche*, Decolonizzare l’immaginario, il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2004
* *S. Latouche*, La fine del sogno occidentale. Saggio sull’americanizzazione del mondo (Le planète uniforme), Elèuthera, 2002
* *S. Latouche*, Come sopravvivere allo sviluppo: dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino, 2005
* *Mauro Bonaiuti*, Obiettivo Decrescita – Edizioni Emi – novembre 2005
* “www.decrescita.it”:http://www.decrescita.it
* “Per un Manifesto della Rete italiana per la Decrescita”:http://www.decrescita.it/modules/article/view.article.php/39