• Articolo , 16 gennaio 2009
  • Edifici come automobili, la sfida energetica del mattone

  • Abbiamo intervistato Gian Carlo Magnoli, direttore PRISMA, progetto dell’Unione Europea sull’edilizia sostenibile

La Pianura Padana, in questi giorni, soffre un allarmante incremento dello smog. Nelle sue città si blocca sempre più spesso il traffico automobilistico, ritenuto il principale colpevole dell’inquinamento. Ma c’è chi sostiene che non sia tutta responsabilità della viabilità.

*Arch. Gian Carlo Magnoli, come sono distribuite le responsabilità dell’attuale inquinamento che affligge le nostre città?*

L’energia che produciamo è principalmente di origine fossile (carbone, petrolio, etc.), per cui c’è una relazione diretta tra consumo di energia e inquinamento. Secondo i dati pubblicati dalle Nazioni Unite (ECLAC 2008) l’edilizia nel mondo è responsabile del consumo di 50% dell’energia prodotta, mentre il restante 50% è suddiviso in parti uguali tra: + 25 % industria e + 25% trasporti. Il mondo si sta urbanizzando: ogni settimana viene costruita una nuova Milano, ogni mese viene urbanizzata un’area grande come Londra. Il mondo si sviluppa e ciò richiede sempre più energia: è chiaro che questo modello di sviluppo urbano è insostenibile. Lo sviluppo sostenibile è necessario per garantire a noi e alle future generazioni pari risorse e qualità di vita. Bisogna intervenire simultaneamente in tutti i settori: nel nostro campo per esempio, l’edilizia, ci sono ampi margini di miglioramento.

*L’edilizia può davvero contribuire ad inquinare meno?*

Prescindendo da costi e problemi politici, costruire nuove centrali per aumentare la quantità di energia erogabile ha un significato programmatico ma non offrirebbe risultati immediati: iniziando oggi si avrebbero le prime centrali in funzione tra qualche anno. È dunque necessario ottimizzare la rete e risparmiare energia, consumando meno. E l’edilizia può aiutare a farlo: quando compriamo un’automobile vogliamo sempre conoscerne i consumi. Raramente ciò accade quando acquistiamo una casa, anche se consuma più un edificio di un autoveicolo. In edilizia manca una adeguata cultura energetica, che si sta costruendo in modo traumatico in tempi recenti. Centinaia di migliaia di edifici vengono costruiti o ristrutturati ogni anno: c’è dunque la possibilità – nel medio termine – di realizzare edilizia a basso consumo di energia e risorse, o sostenibile. Come operatori del mondo edile dobbiamo occuparci del nostro possibile contributo: possiamo ridurre la crescita della domanda energetica abbattendo drasticamente i consumi imputabili agli edifici.

*Come si potrà costruire edifici di qualità a basso costo?*

Per poter costruire sistemi di grande precisione e qualità, e comporre elementi edilizi complessi integrando tra loro strutture portanti, isolanti, impianto elettrico, impianto idraulico, masse termiche e pannelli fotovoltaici, è necessaria una buona dose di produzione digitale o prefabbricazione on demand. Il trasferimento tecnologico dal mercato dell’automobile all’edilizia ha già consentito di realizzare edifici di grande qualità interamente prefabbricati, con moduli ed elementi realizzati su misura (come un tetto in pannelli fotovoltaici) e prodotti a basso costo grazie alla produzione con macchine a controllo numerico. Sarà richiesta più specializzazione agli operatori, ed i rischi nei cantieri verranno ridotti. Tutte cose di cui sia la società sia il mercato hanno bisogno.

*Il progettista dovrà possedere delle competenze in più rispetto al passato? Se sì quali?*

Nessuna in più, forse addirittura qualcuna in meno: direi che le competenze evolvono, ma non aumentano. Un architetto da sempre deve essere consapevole della realtà che lo circonda e dotato di sintesi creativa. Deve sintetizzare in uno spazio la risoluzione di vari problemi. Oggi la consapevolezza nel costruire porta, quasi obbliga ad esempio all’utilizzo di macchine a controllo numerico, quindi all’uso del computer. Ieri si era obbligati a conoscere le tecniche della scultura. Ma entrambi gli architetti del presente e del passato hanno come scopo la realizzazione di uno spazio, e come mezzo la tecnologia. Gli strumenti che aiutano a progettare sono sempre più sofisticati: più passa il tempo e più dunque credo sia facile fare l’architetto, come è più facile prendere un aereo di quanto non fosse accudire il proprio cavallo. Il computer, un po’ come l’aereo, consente di realizzare operazioni altrimenti impossibili. E’ dunque un mezzo che facilita e abbrevia la soluzione di problemi complessi. Vedo solo un lato negativo in questo processo evolutivo necessario: gli architetti si allontanano dalla fisicità dell’opera in costruzione. I grandi architetti del passato vivevano il cantiere, affrescando e scolpendo le loro opere; oggi si scolpisce solo con il pensiero, il che non mi sembra molto naturale.

*Quali problemi si deve porre un architetto al momento del progetto?*

L’architetto deve progettare un spazio che soddisfi precise esigenze e migliori la qualità del contesto. Se questo spazio funziona e resiste nel tempo, il lavoro è stato fatto bene. I problemi sono molti, ma spesso si ripetono. Prima c’e’ una fase organizzativa, metodologica, che serve per raccogliere dati preziosi relativi alle esigenze del committente, alla natura del luogo, alla sua storia ed alle sue vocazioni, ovvero al suo potenziale sviluppo. Poi c’e’ la fase creativa, in cui i suddetti dati vengono rielaborati criticamente, nell’intento di offrire il progetto di uno spazio realmente in grado di modificare il contesto migliorandone le prestazioni. La fase creativa ha come obiettivo la sintesi spaziale del continuo lavoro di incrocio tra idea e contesto. Più il setaccio ha le maglie fini e più sono i problemi da risolvere. Esistono innumerevoli scuole di progettazione e innumerevoli linguaggi architettonici molto diversi tra loro, ma credo che i problemi da porsi al momento del progetto siano gli stessi per tutti: ovvero come riuscire a integrare tra loro esigenze, contesto e idea progettuale.

*Le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di progettare?*

Credo che la mia generazione abbia vissuto la rivoluzione “digitale”, e non mi riferisco solo alla grafica della fase progettuale. Oggi per esempio, pur vivendo lontano dai cantieri, è possibile lavorare in tempo reale, dialogando contemporaneamente con studio, cliente e impresa: la presenza fisica non è più imprescindibile. Si può seguire, quotidianamente, grazie a messaggi e a immagini elettronich, l’evoluzione di cantieri che sono a centinaia di chilometri di distanza. Tutto viene registrato, tutto e’ semplice e molto economico. Ma la vera rivoluzione deve ancora arrivare: credo che il mercato dell’edilizia stia per ristrutturarsi radicalmente. Sino ad ora circa l’80 per cento del costo di costruzione di una casa e’ dovuto alla mano d’opera mentre solo il 20 per cento e’ impiegato per i materiali. E’ chiaro che un processo in grado di abbattere la quantità di mano d’opera renderebbe molto appetibile questo settore. Grandi compagnie di software o di assemblaggio stanno già mettendo gli occhi sul mondo delle costruzioni, con l’intenzione di trasformarlo in qualcosa di molto simile al mercato dell’automobile. Ma con un enorme vantaggio: la produzione “in serie”, quindi a basso costo, di elementi “su misura”, ovvero personalizzabili e di alta qualità: ciò che Chris Luebkeman al Massachusetts Institute of Technology chiamava “mass customization”. Per essere chiaro mi aiuterò con una similitudine: in rete si possono già comprare vestiti fatti “su misura”, fornendo le proprie misure e le proprie esigenze a un sito internet. Con un click si passa automaticamente l’ordine alle macchine che confezionano il capo con un processo industriale, quindi economico. Nell’industria tessile a breve spariranno perciò le taglie, sparirà la sovraproduzione e quindi i magazzini di stoccaggio. Una serie di piccoli cambiamenti, apparentemente insignificanti, stanno modificandone le funzioni e quindi gli spazi. Per le stesse ragioni internet rivoluzionerà anche il modo di fare architettura. Tutti gli elementi costruttivi della casa verranno prefabbricati con macchine a controllo numerico, che già consentono di produrre in serie pezzi diversi tra loro. I vantaggi della produzione industriale verranno associati a quelli della lavorazione artigianale. Il cliente beneficerà di lavori personalizzati a costi industriali.
Interrogandoci sul futuro dell’edilizia credo sia interessante porsi questa domanda: le imprese edili “tradizionali” spariranno ed anche nel settore edile nasceranno società di sevizi? Jarmo Suominen del MIT sostiene che presto in rete troveremo siti dove si potrà ordinare la propria casa come si può comprare un biglietto aereo o una automobile, con l’enorme differenza che si potrà personalizzare la casa, averla “su misura”, in grado di soddisfare le proprie esigenze individuali e quindi, mi auguro, differente da qualsiasi altra. Internet sta cambiando la nostra professione dall’interno.
Ce lo insegna Darwin: chi non cambia non sopravvive. Dobbiamo lentamente modificare il nostro codice genetico.

*Quali sbocchi ci sono per chi intende intraprendere questa professione?*

Ne vedo solo uno: quello di fare il progettista di qualità. E come progettista le applicazioni sono infinite: ci sarà sempre lavoro in abbondanza per chi vuole progettare la risoluzione dei problemi generati dal contesto in cui viviamo. E non parlo solo dei nostri centri storici, delle periferie o della rivoluzione nel mondo dell’edilizia. Voglio fare un esempio quasi paradossale, che faccia capire bene quanto numerose siano le opportunità: le stesse tragedie ambientali hanno dato spunti progettuali. Nel 1995 in Giappone, dopo un terremoto, Shigeru Ban ha realizzato in poche settimane solidi edifici molto economici per gli sfollati, utilizzando tubi di cartone ignifughi e idrorepellenti. Il cartone e’ interamente riciclabile, resistente come il legno ma molto più leggero: per cui facile da assemblare (non si usa neppure la gru) e, in caso di un altro terremoto, non in grado di schiacciare e uccidere. Oggi quell’intuizione progettuale e’ diventata una nuova tecnica costruttiva, affinata nel tempo, con cui addirittura e’ stato costruito il padiglione del Giappone all’Expo 2000 di Hannover. Ma per “risolvere” bisogna conoscere, comprendere, essere in grado di criticare e quindi di progettare. Senza pregiudizi.