• Articolo , 27 ottobre 2008
  • Fermiamo il “climate change”: ma ogni tecnica è lecita?

  • La situazione del riscaldamento globale è ormai una preoccupazione tale che aumentano i sostenitori d tecnologie estreme che per frenarlo propongono le più originali soluzioni

“Raffreddare il clima della Terra”. E’ ormai un imperativo categorico, condiviso da studiosi, scienziati, istituti di ricerca, istituzioni. Ma le soluzioni non sono tutte facili e di immediata applicazione perché presuppongono una decisa volontà politica, ma anche un cambiamento delle abitudini di ognuno di noi, oltre alla ricerca e alle tecnologie per produrre energia non inquinante.
E così vengono alla ribalta le soluzioni più particolari come quella di scaricare polvere di ferro nel mare o collocare specchi nel cielo o immettere fumo nell’atmosfera per affievolire la potenza dei raggi solari.
Si tratta di proposte “geo-ingegneristiche” che se da una parte dimostrano la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una situazione climatica eccezionale, e quindi che necessitano di contromisure altrettanto eccezionali, dall’altra devono difendersi dalle critiche di chi è preoccupato dagli imprevedibili effetti collaterali.
“Siamo al limite, stiamo entrando in aree di cui solitamente non ci occupiamo – ha detto Rene Coenen, capo dell’ufficio della “London Convention”, che regola gli scarichi nel mare a livello internazionale.
Chi invece auspica un’approvazione di simili proposte è Margaret Leinin, responsabile del settore scienze di “Climos”, compagnia californiana che è alla ricerca di una tecnologia da utilizzare negli oceani per assorbire i gas a “effetto serra”.
“Il mondo non è riuscito a tenere sotto controllo le emissioni di carbonio – ha detto Leinin – Dobbiamo cercare altre opzioni”.
E infatti “Climos” è alla ricerca di fondi per addizionare polvere di ferro all’acqua dell’oceano, per stimolare la crescita di alghe capaci di assorbire CO2. Un altro progetto, ancora da testare, riguarda l’immissione nell’atmosfera di fumi composti da minuscole particelle inquinanti, con lo scopo di attenuare la luce del sole, oppure di collocare una sottile barriera metallica nello spazio per deviare i raggi solari.
Gli esperti sul clima delle Nazioni Unite, pur allarmati dalla crescita delle emissioni di gas serra (+70% dal 1970 al 2004), rimangono però scettici sulla validità di soluzioni “geo-ingegneristiche” come la fertilizzazione degli oceani.
Così la pensa anche Terry Barker, direttore del “Cambridge Centre for Climate Change Mitigation Research”, secondo cui i mari stanno già soffrendo a sufficienza per l’inquinamento umano, senza che occorra aggiungere altri inquinanti.
Ma potrebbe essere la paura della recessione economica e della crisi finanziaria che potrebbe spingere alcuni governi ad adottare scorciatoie e soluzioni apparentemente meno costose, percorrendo magari le strade della “geo-ingegneria”, invece di ridurre le emissioni di carbonio. “Ma sarebbe una mossa miope”, commenta Baker.
“E’ possibile mettere in atto esperimenti per evitare danni agli oceani – ha invece sostenuto Leinin – “Climos” vuole testare la fertilizzazione dei mari entro gennaio del 2010, sostenendo un costo di circa 15-20 milioni di dollari. Se funziona, può essere uno dei modi più economici per combattere il riscaldamento globale”.
E così anche altre società come “Ocean Nourishment” in Australia, “Atmocean” in New Mexico oltre la suddetta “Climos” lavorano a progetti destinati al mare.
Per esempio all’istituto “Alfred Wegener” in Germania, il professor Victor Smetacek sta preparando un test per il 2009: la fertilizzazione con solfato di ferro nella regione Antartica.
“Il ferro ha un effetto molto positivo – assicura il professor Smetacek – Aggiunto nell’oceano è come l’acqua nel deserto”.
Nell’esperimento si analizzerà anche la crescita delle alghe e la quantità di carbonio che assorbiranno. Le alghe in sovrabbondanza potrebbero servire, secondo l’esperimento dell’istituto tedesco, da nutrimento per alcune specie animali da cui dipendono pinguini e balene.
Una delle obiezioni a queste linee di sperimentazione è la non remota probabilità che il carbonio possa aumentare il tasso di acidità dell’acqua, danneggiando la capacità, ad esempio, dei crostacei e dei molluschi di produrre le conchiglie, che a sua volta bloccherebbe la catena alimentare marina.
Un’altra proposta riguarda il cielo e non le acque e riguarda il posizionamento di uno schermo metallico di 106 kmq. lontano un milione e mezzo di km. dalla superficie terrestre in direzione del sole, ma il costo di una tale struttura, dal peso di 3000 tonnellate non è ancora stato determinato.
I fautori di queste tecnologie rispondono alle critiche sostenendo che i rischi indicati sono molto ridotti, soprattutto al confronto dei danni provocati dal cambiamento climatico.