• Articolo , 15 giugno 2007
  • Fotovoltaico e contesti di pregio: un connubio possibile?

  • Le energie rinnovabili si stanno rivelando sempre più determinanti per il futuro: le risorse tradizionali sono destinate ad esaurirsi e l’esigenza di ricorrere ai nuovi sistemi si fa sempre più pressante, anche grazie alle prescrizioni di legge più recenti

In un Paese come il nostro, dove il clima è particolarmente favorevole e le ore di cielo sereno all’anno sono una quantità molto elevata, sembrerebbe ovvio ricorrere all’energia solare in maniera cospicua, invece ci troviamo in una posizione piuttosto arretrata e paesi molto meno fortunati in questo senso, come la Germania, sono notevolmente più avanzati in tale ambito, sia per l’uso abbondante che ne fanno, sia per la quantità d’investimenti nella ricerca.
Oltre al clima, un’altra prerogativa certamente unica dell’Italia, è lo straordinario patrimonio artistico e storico, presente su tutto il territorio con diffusione capillare e con esempi molto vari e differenti tra loro. Si passa da interi centri storici di valore inestimabile a monumenti isolati, da tessuti urbani di valore storico a complessi archeologici dalle caratteristiche estremamente diversificate.
Due enormi ricchezze nazionali come quelle appena illustrate, portano naturalmente all’esigenza di comprendere se, e in che modo, possano essere compatibili i sistemi alimentati da energie rinnovabili e gli interventi di restauro e di tutela.
D’altro canto, in Italia, gli elementi utilizzati per sfruttare queste nuove fonti vengono spesso giudicati molto negativamente dal punto di vista dell’impatto estetico e per questo sono tenuti ben lontano da campi come i complessi monumentali o archeologici.
In effetti, fino a pochissimo tempo fa, tecnici e studiosi di tali sistemi si sono concentrati quasi esclusivamente sul miglioramento dell’efficienza e delle caratteristiche tecniche e molto poco è stato fatto per migliorarne l’accettabilità dal punto di vista estetico, cosa che purtroppo li ha spesso fatti escludere da contesti qualitativamente rilevanti.

È però probabile che tutto ciò derivi dalla scarsa conoscenza dei recenti sviluppi tecnologici a livello internazionale e che la mancanza di molti interventi sia dovuta principalmente a questo specifico motivo.
È auspicabile trovare esempi di applicazioni concrete, che possano conciliare temi così attuali e importanti. Appare necessario guardare con maggior fiducia alle fonti alternative e alla progettazione in questo campo, perché ormai la tecnologia è giunta a livelli elevati, non solo di prestazioni tecniche, ma anche di qualità estetiche e formali.
In un futuro ormai prossimo, non sarà più utopistico pensare di poter utilizzare i moduli fotovoltaici come un qualsiasi altro materiale da costruzione (un paragone non troppo utopistico potrebbe ad esempio essere quello di valutare casi di restauro in cui sono stati impiegati elementi in vetro e acciaio e capire se sarebbe stato possibile ottenere da tali moduli le stesse prestazioni, con l’aggiunta di un contributo energetico).
Certamente andrà valutato caso per caso se la compatibilità sia effettivamente realizzabile e quale sia il tipo di modello da scegliere. Comunque sarà molto utile far interagire questi due mondi, sempre che il fine ultimo sia quello della conservazione del bene, in vista della sua trasmissione al futuro, senza che qualsiasi tipo di intervento possa compromettere l’integrità del bene stesso.
Efficienza ed economicità, pur rimanendo fattori importanti, dovranno passare in secondo piano in tali situazioni.
Proprio il fine ultimo della conservazione fornisce un ulteriore argomento valido nella ricerca di compatibilità. Si tratta infatti di due politiche identiche: da un lato l’intento di salvaguardare e conservare il patrimonio artistico, storico e ambientale, dall’altro, lo stesso intento di utilizzare in modo compatibile le risorse energetiche e con la dovuta efficienza.
D’altra parte, poiché gli impianti fotovoltaici interferiscono con l’unità figurativa dell’opera su cui vengono collocati, sarà necessario agire con un vero e proprio progetto architettonico di restauro e con un’attenzione primaria al contesto. Non sarà infatti possibile prescindere da una conoscenza approfondita delle caratteristiche formali della preesistenza. Inoltre i criteri che guideranno la progettazione dovranno essere gli stessi impiegati negli interventi di restauro corretti, come la piena “reversibilità”, il “minimo intervento” (ossia il sapersi fermare a tempo, agendo solo dove è strettamente necessario), la “compatibilità” e il “mantenimento dell’integrità dell’opera”.

Il campo risulta particolarmente aperto nel caso dei resti archeologici. Nelle aree lontane dalla rete elettrica, il fotovoltaico può rivelarsi l’unico sistema utilizzabile per l’illuminazione dei siti e inoltre risulta molto interessante la possibilità d’inserimenti fotovoltaici nelle coperture.
Per queste ultime, grazie alle nuove tecnologie, potrebbe anche essere possibile diversificare il livello d’illuminamento di diverse parti dell’area archeologica coperta, a seconda delle esigenze conservative dei singoli reperti, semplicemente variando la densità delle celle e gli spazi vuoti tra l’una e l’altra.
Naturalmente, per non alterare il microclima al di sotto della struttura di protezione, bisognerà tener conto dell’aumento di temperatura che si verifica al di sotto dei moduli e creare dei sistemi di ventilazione adeguati.

Prima di agire nelle aree storiche di pregio, sarebbe poi molto utile intervenire in contesti preesistenti privi di valori architettonici e ambientali significativi, come nel caso di vecchia edilizia scolastica, caserme dismesse, zone residenziali di bassa qualità, ex aree industriali. Ciò consentirebbe di riqualificare parti di città spesso degradate e di sperimentare nuove forme in grado di dialogare con l’antico, creando una nuova domanda per le industrie produttrici.
Una volta collaudati i prodotti in contesti di valore contenuto, si potrebbe passare a situazioni qualitativamente più importanti.

Nel caso dell’intervento in centri storici, gli interventi possibili sono soprattutto quelli di ricucitura delle lacune nel tessuto urbano, di miglioramento energetico, ma anche qualitativo, delle parti più degradate. Ma si potrà procedere anche alla valorizzazione delle fronti cieche esposte favorevolmente e di arredo urbano di pregio, in particolare con la realizzazione di pergole, cartellonistica, apparecchi illuminanti, pensiline, fermate di autobus ed altri elementi.
In ogni caso, anche chi non dovesse condividere queste posizioni, dovrà convenire sul fatto che comunque, un po’ in tutta Europa, le applicazioni di sistemi alimentati da moduli fotovoltaici in contesti antichi sono sempre più frequenti.
Spesso, però, accade che tecnici degli impianti e restauratori agiscano indipendentemente, senza mai confrontarsi in fase di progettazione, muovendosi in parallelo e incontrandosi solo materialmente sull’edificio, nella totale assenza di supporti teorici appropriati.

È facile capire i rischi che questo comporta per la salvaguardia e la tutela del patrimonio architettonico e alcuni esempi negativi sono già riscontrabili in molte città.
Perciò è urgente ed estremamente necessario un dialogo più approfondito tra le diverse discipline che operano nel settore, senza pregiudizi né rifiuti categorici a priori.
Le amministrazioni e i tecnici non possono rischiare di trovarsi impreparati di fronte alle domande d’impiego di questi materiali in ambiti qualitativamente significativi e la formazione di nuove figure professionali, in grado di valutare gli interventi di questo tipo, sta diventando piuttosto urgente, come l’esigenza di una normativa specifica.